Siria, Isis e UE. Intervista a Shady Hamadi, autore di “Esilio dalla Siria, una lotta per l’indifferenza”

di Sabrina Fara

Shady Hamadi lo incontro in Sardegna, a Macomer, durante il festival della legalità in memoria di Peppino Impastato. L’evento si intitola “Conta e Cammina” e lui è stato invitato per portare la sua testimonianza di attivista per i diritti umani. La sua esperienza parla di Siria e apre una finestra importante su quanto sta avvenendo a pochissime ore di volo dall’Italia. Nato a Milano nel 1988, da mamma italiana e padre siriano, la sua storia personale gli ha portato in dote una doppia identità, che gli consente di parlare da europeo e da arabo. Ha sperimentato la sofferenza dell’esilio perché c’è nato, suo padre era un dirigente del Movimento nazionalista arabo, costretto a fuggire dalla Siria negli anni Sessanta. Ha provato il dramma della perdita di familiari e amici, le preoccupazioni dei parenti, l’attesa angosciosa del ritorno di un carcerato. Non è mai stato sotto le bombe, Hamadi in Siria c’è stato nel  2001, nel 2006 e poi nel 2009, ma conosce bene il senso di abbandono che i siriani provano e si batte per dar voce a chi lotta per la libertà. Lo fa nel suo blog e nei suoi libri. Il primo “La felicità araba – storia della mia famiglia e della rivoluzione siriana”, pubblicato nel 2013, e il secondo “Esilio dalla Siria – una lotta per l’indifferenza”, arrivato in libreria pochi giorni fa. L’intervista che segue è stata realizzata a Ghilarza, dove Hamadi ha fatto visita alla casa museo Antonio Gramsci. Un omaggio a tutti i siriani che oggi trovano nel pensatore sardo l’ispirazione per combattere il regime di Bashar al-Assad.

Perché è importante parlare di Siria?

In Siria si cristallizzano tre fondamentali questioni che riguardano l’Italia, l’Europa e più in generale l’Occidente. La prima questione riguarda la convivialità tra le fedi: noi oggi costruiamo muri, come sta avvenendo al Brennero. Questo perché nelle nostre società ci sono imprenditori della paura che ci chiedono di temere l’altro. E attualmente la paura si è materializzata nella figura del musulmano. Ma la Siria e la storia del Levante ci testimoniano la capacità dell’Islam locale di essere dialogante e rispettoso delle minoranze presenti all’interno del Paese. Per questo è importante parlare di Siria e di come stiano realmente le cose. A questo si aggiunge anche la questione riguardante i diritti che noi europei e occidentali abbiamo ripetuto di possedere all’indomani della strage parigina di Charlie Hebdo. Ci siamo descritti come la società che incarna i migliori valori della libertà e dei diritti umani, ma tutte le parole spese vanno a infrangersi di fronte al massacro di mezzo milione di siriani e alla fuga di milioni di profughi che vivono affossati nel fango della nostra stessa Europa. Una situazione che rende le frasi pronunciate dai nostri governi prive di speso specifico. Nella realtà, infatti, le belle argomentazioni assomigliano più a un fallimento della morale occidentale. La terza questione, infine, riguarda il ruolo di primo piano che la Siria può rivestire nel cuore del Medio Oriente. Se aiutiamo la popolazione siriana a emanciparsi dal regime di Assad e dal fondamentalismo, sarà possibile la creazione di una società più dialogante, finalmente libera. Noi dobbiamo sostenere il Paese in questa direzione, la Siria rappresenta la culla del pensiero arabo e quando le catene del totalitarismo verranno infrante, il mondo arabo troverà in Siria la fonte della sua rinascita.

Qual è la situazione attuale della Siria?

È un Paese dove dal 2011 è in corso una rivoluzione aconfessionale, portata avanti da una parte della società siriana, che reclama libertà, dignità e pari diritti. Una rivoluzione sulla quale si è abbattuta una forte repressione da parte del regime siriano. Poi c’è la guerra portata avanti dalle potenze interne regionali. E ancora una guerra mondiale, combattuta da diversi attori internazionali sul territorio siriano. Oggi i siriani pagano il prezzo più alto della storia recente e combattono anche per noi: contro la tirannia e il fondamentalismo.

È importante ricordare che la rivoluzione siriana prende il via nel 2011 come lotta pacifica. Solo in un secondo momento i ribelli del regime hanno imbracciato le armi. Perché?

Ricordare come la rivoluzione ha preso il via è indispensabile, soprattutto oggi. C’è una storia e la storia ha un peso. In Italia, purtroppo, viviamo in una società dove nella coscienza comune c’è un’assenza perenne della storia. Per comprendere quello che avviene in Siria, però, non si può giudicare quello che accade nel Paese giorno per giorno, ma è indispensabile contestualizzare gli eventi. Dobbiamo ricordare come tutto è iniziato, evidenziando che i siriani si sono ribellati al regime dopo quarant’anni di dittatura. La popolazione ha visto quanto stava accadendo negli altri paesi coinvolti dalla Primavera Araba e una parte dei cittadini, al di là del credo religioso, ha scelto di scendere in piazza per manifestare pacificamente. Pur sapendo di andare contro un regime, legittimato da una parte della comunità internazionale, che avrebbe risposto con la repressione. I manifestanti, inoltre, erano coscienti che all’estero non sarebbero stati capiti. Le potenze straniere, infatti, non hanno compreso che in Siria era nato un movimento pacifista bisognoso di aiuto. Nello stereotipo costruito intorno agli arabi e ai musulmani, sembrava strano che questi potessero andare nelle piazze per chiedere diritti dati per scontati nelle nostre società. I manifestanti pacifici sono stati lasciati soli ad affrontare il regime e da qui c’è stata la militarizzazione del movimento.  I pacifisti hanno imbracciato le armi per difendersi dal regime. Oggi, nel mare di sangue e di guerra che c’è in Siria, esistono comunque esempi di resistenza culturale non armata.

In Siria insistono anche i terroristi dell’Isis. Come si mischia questo fenomeno con la già difficile situazione vissuta dal Paese?

L’Isis in Siria è una conseguenza dei cinque anni di abbandono del Paese, nasce e prende forza dal vuoto che la repressione del regime ha creato, dalla settarizzazione interna.  L’Iraq si è settarizzato quando sono intervenuti gli americani e hanno esautorato dal potere i sunniti al governo con Saddam Hussein.  Il comando dello Stato è così passato nelle mani degli sciiti, che a loro volta hanno allontanato i sunniti da tutti i centri di potere. I sunniti hanno così iniziato a manifestare il loro malessere e questo malessere ha fatto in modo che diversi ufficiali ba’thisti andassero a costituire i primi nuclei dell’Isis. Per questi ufficiali, attivi nel chiedere la rinascita del sunnismo in Iraq, l’ideologia Isis rappresentava e rappresenta una nuova linea di pensiero, utile ad aggregare le persone dopo il fallimento della politica portata avanti dal partito Ba’th. L’Isis ha trovato in Siria terreno fertile per espandersi, ma c’è chi tenta di contrastarlo. Per questo non dobbiamo puntare il dito sul Califfato solo quando compie attentanti in Europa o quando uccide i fedeli cristiani. È indispensabile condannare l’autoproclamato Stato Islamico anche quando ammazza i siriani contrari alla sua ideologia. La lotta contro l’isis e il regime di Assad vanno di pari passo per coloro che sono impegnati nella rivoluzione.  Prendiamo per esempio quanto avvenuto a Palmira. Le troupe televisive, come la Rai, hanno mostrato le immagini delle devastazioni compiute nei siti archeologici. Tuttavia, non sappiamo nulla della popolazione residente. Non è dato sapere se gli abitanti considerino l’intervento di Assad e della Russia liberatorio o pericoloso come l’assalto dell’Isis. Quello che trapela, però, fa pensare che le persone abbiano paura di uno e dell’altro. La componente sunnita della città, si parla di migliaia e migliaia di persone che hanno lasciato le loro case, non può tornare perché teme una pulizia etnica da parte del regime.

A proposito della popolazione, quali sono i numeri dei profughi e dei morti?

La Siria prima della rivoluzione contava circa ventiquattro milioni di abitanti. Oggi abbiamo sei milioni di profughi all’estero e cinque milioni di sfollati interni, che scappano da un posto all’altro per salvarsi. Circa la metà delle persone rimaste nel Paese ha necessità di un sostentamento alimentare quotidiano. Il numero dei morti si aggira intorno alle trecentocinquantamila vittime. La conta dei decessi era tenuta da un’avvocatessa, Razan Zaithouni, ma è stata sequestrata due anni fa e da allora non se ne sa più nulla. Noi dovevamo al coraggio di una donna le notizie sulle vittime, ma da quando è scomparsa l’Onu non riesce più ad aggiornare gli elenchi dei caduti.  È difficile sapere con precisione anche il numero delle persone finite in carcere perché ritenute contro il regime, si stimano intorno alle duecentomila unità.

Di fronte a questa drammatica situazione, come leggi l’immobilismo della comunità internazionale?

C’è la componente dell’incomprensione, unita all’idea che quanto avvenga fuori dal nostro orto non ci riguardi direttamente. A questi elementi si aggiunge, inoltre, la tendenza a considerare normale la condizione del caos, che caos non è, vissuto in Medio Oriente e nelle società del cosiddetto Terzo Mondo.  La società europea è diventata indifferente, ma questa indifferenza ci sta portando a confrontarci con tematiche attuali, concretizzate ad esempio negli attentati di Parigi e Bruxelles. Il fondamentalismo è una conseguenza di quanto avviene nelle nazioni attorno a noi. La vendita di armi e le scelte politiche dei nostri governi alimentano i fenomeni che avvengono a poca distanza dalle nostre case.

La tua attività ti ha portato a fare delle proposte all’Unione Europa e all’Italia. Quali sono state e come sono state accolte?

Le proposte sono state ascoltate, ma non sono seguite azioni concrete da parte di nessuno. In Europa, in particolare, si pensa di sapere quale sia la situazione in Siria e le testimonianze di chi conosce i dettagli non sono prese in considerazione. I siriani non sono ascoltati, i politici, soprattutto quelli di nuova generazione, parlano solo di geopolitica senza tenere conto delle tragiche condizioni in cui versano i cittadini coinvolti. È necessario proporre una prospettiva più umana, abolendo quella geopolitica. Io ho proposto l’embargo totale sulla vendita di armi in Siria, un aumento dei fondi europei a favore dei progetti di sostegno ai cittadini siriani e un maggiore coinvolgimento dei giovani nell’implementazione dei piani di sviluppo. Non è possibile che in Libano il numero dei cittadini inseriti nelle organizzazioni internazionali raggiunga il novanta per cento del totale, mentre i siriani in patria siano praticamente esclusi da qualsiasi cosa che li riguardi e non possano decidere del proprio destino. Io credo che un siriano conosca bene la situazione del suo Paese, ciò nonostante le scelte ricadono sempre su attori provenienti dall’estero. Non si può prendere una persona di nazionalità belga, che magari ha lavorato in Tanzania fino al giorno prima, e catapultarla in Siria.

Qual è il livello di istruzione in Siria?  

Una parte cospicua dei giovani è alfabetizzata, ma non si può dire che ci sia una cultura aperta. Manca la possibilità di leggere liberamente i libri o i giornali. La maggior parte dei testi  sono censurati dall’Ufficio censura della letteratura, che decide cosa si può pubblicare e cosa no. Poi c’è un sistema scolastico che ricorda molto quello fascista. C’è un inquadramento degli studenti fin dalle scuole elementari: i bambini sono considerati i piccoli del partito Ba’th, alle medie si entra nelle avanguardie e alle superiori gli studenti diventano i giovani Ba’th. È un sistema totalitario, l’istruzione è basata sull’indottrinamento. Anche all’Università la situazione non migliora. So da mio cugino che prima di poter sostenere gli esami curriculari è obbligatorio dimostrare la conoscenza dei discorsi del presidente. La storia contemporanea è soggetta a una forte revisione. I libri non fanno alcun cenno al periodo che va dalla fine del protettorato francese all’instaurazione del partito Ba’th. Ciò che viene raccontato in seguito è solo un elogio del presidente e della sua capacità di governare il Paese.  Ricordare che negli anni Cinquanta la Siria ha avuto un primo ministro cristiano, eletto dalla maggioranza musulmana, è per esempio una verità scomoda per il regime. Meglio tacere, affinché i giovani non sappiano che la Siria non è sempre stata come è oggi. L’ignoranza è utile ad Assad perché chiude la strada al cambiamento.

I giovani si stanno ribellando anche a questa situazione e con mille difficoltà leggono i testi di Antonio Gramsci.

È per questo che sono venuto a Ghilarza e ho voluto far visita a casa Gramsci. In rappresentanza di chi vorrebbe venire, ma non può. Gramsci è diventato lo scrittore preferito da chi lotta contro il regime e la visita alla sua casa vuole essere un regalo simbolico per tutti i siriani impegnati nella rivoluzione. I giovani mi hanno raccontato che i “Quaderni dal carcere” sono letti da tantissime persone. Quelli che hanno la possibilità di procurarsi i testi leggono Gramsci anche sotto le bombe, per comprendere la rivoluzione, il presente, il futuro e anche il passato. Per creare una resistenza culturale. I libri non si trovano per via della forte censura governativa, ma chi ha una connessione internet può scaricarli in rete. Nelle zone sotto i bombardamenti, inoltre, i giovani stanno creando luoghi dove poter trovare i testi. Ad Aleppo, per esempio, ho conosciuto dei ragazzi che hanno allestito una biblioteca. Magari non hanno da mangiare o da bere, ma vanno a leggere.

Oriente e Occidente sono concetti che dal tuo punto di vista devono essere decostruiti. In che senso?

Oriente e Occidente sono due entità che ci spingono verso una netta divisione tra noi e gli altri. Io credo che almeno in parte sia doveroso decostruire questa separazione. È necessario riconoscere l’esistenza di diverse culture e fare i conti con la diversità, senza pretendere di esportare il nostro concetto di modernità, che difficilmente potrà essere assimilato in territori dove insiste un’altra idea di progresso. Non esiste, infatti, un’idea unica di modernità che sia valida per tutti. Da noi si sostiene che l’islam sia senta a disagio con la modernità promossa in senso occidentale. Io credo, invece, che il mondo musulmano manifesti un malessere non tanto verso l’Occidente, ma nei confronti dei processi avvenuti nelle stesse società orientali.  Per questo è necessario decostruire, per uscire dagli stereotipi preconfezionati.

Quali sono per la Siria gli stereotipi da sfatare?

Gli stereotipi da sfatare non riguardano solo la Siria, ma tutto il mondo musulmano. In Occidente si ha l’idea che chi legge il Corano sviluppi automaticamente una personalità violenta. Contrariamente a questa idea, però, esistono diversi movimenti pacifisti d’ispirazione islamica. Un’evidenza che si riscontra facilmente anche in Siria. Un altro stereotipo da abbattere, invece, riguarda l’idea che l’Islam sia tutto uguale. Cosa che non è: un musulmano siriano è totalmente diverso da un musulmano marocchino o senegalese. E anche all’interno della stessa Siria un musulmano che vive ad Aleppo è differente da un musulmano che abita a Homs. Questo per dire che c’è un Islam che si plasma secondo la società che lo esprime. È necessario, inoltre, rivedere anche il preconcetto che sostiene l’impossibilità per gli arabi di avere la democrazia. Io non penso che ci siano dei subumani e neppure che gli occidentali siano una razza migliore.

C’è un problema di identità?

Nei tempi in cui viviamo l’identità è un discorso fondamentale. Quando l’Isis ha colpito in Libano lo scorso novembre io mi trovavo a Beirut, a quindici minuti dal luogo dove i kamikaze si sono fatti esplodere. All’indomani della strage (che ha contato oltre quaranta morti e circa duecento feriti, ndr) alcuni libanesi sono venuti da me e da italiano mi hanno chiesto cosa ne pensassi. Gli attentanti di Parigi erano appena stati compiuti e la comunità internazionale era concentrata sul dolore dei francesi, dimenticando completamente il Libano. Noi valiamo di meno? Mi hanno domandato i libanesi. Qui si crea il primo conflitto tra Occidente e Oriente e nasce il malessere da parte di chi non si sente riconosciuto. Siamo noi ad alimentare in loro l’idea di non volerli considerare nostri pari. E loro, di conseguenza, non ci considerano come uguali. È indispensabile, dunque, capire che esiste un’identità comune, data dal legame antropologico che ci vede figli di un’unica razza. Quella umana. Poi esistono le diversità culturali, ma quelle possono essere conciliate.

In Siria anche i palestinesi soffrono le conseguenze del conflitto. Qual è la situazione per loro?

Il campo profughi di Yarmouk, nei pressi di Damasco, è sotto i bombardamenti aerei e d’artiglieria da parte del regime ed è assediato anche dal filo siriano Fronte popolare di liberazione della Palestina guidato da Ahmad Jibril, da sempre accanto alle truppe lealiste di Assad nella repressione della rivoluzione. Quando i palestinesi si sono resi conto della brutalità del regime hanno iniziato a manifestare il loro dissenso e per questo stanno subendo conseguenze gravissime. Ci sono evidenze, testimonianze e documenti che attestano la morte di decine e decine di palestinesi torturati e uccisi nelle carceri siriane. C’è chi pensa che il regime siriano sia amico della causa palestinese, ma non è così.

Shadi Hamady
Shadi Hamadi (foto di Giovanni Cocco)

Chi c’è accanto ad Assad? Chi sono gli attori che stanno combattendo a favore del regime?

Accanto al regime ci sono le milizie fondamentaliste sciite, che arrivano anche dall’Iraq e dall’Afghanistan. Non dimentichiamo, infatti, che non esiste solo una jihad sunnita, ma anche una jihad sciita ai danni dei sunniti. Si calcola che siano almeno cinquantamila i volontari sciiti arrivati in Siria per combattere a favore di Assad. Poi ci sono i combattenti affiliati al Fronte popolare di liberazione della Palestina di Jibril, i miliziani shabbiha, che hanno sopperito alle defezioni avvenute all’interno dell’esercito regolare siriano, ci sono migliaia di pasdaran iraniani, gli hezbollah libanesi e i russi.

In Italia c’è disinformazione rispetto a quanto sta avvenendo in Siria? Tu sei molto critico nei confronti dei giornalisti e dei media nazionali.

Com’è possibile che una troupe italiana vada a filmare quanto accaduto a Palmira e si concentri solo sulla devastazione dei siti archeologici? Com’è possibile che nessuno abbia parlato delle condizioni in cui versa la popolazione? È vero che l’Isis è andato via da Palmira e la città è stata riconquistata grazie alle forze governative siriane. Nessuno dei giornalisti presenti, però, ha ricordato che l’esercito regolare di Assad è accusato di crimini contro l’umanità. Gli inviati delle testate nazionali sono andati a Palmira come embedded a seguito del regime. Come se durante la Seconda guerra mondiale una troupe della Bbc fosse stata accompagnata dalle SS in giro per la Germania. L’esempio di quanto accaduto a Palmira è esemplificativo, ma se ne potrebbero fare molti altri.

All’indomani dell’attentato di Parigi un noto quotidiano nazionale, Libero, ha titolato la prima pagina con il binomio “Bastardi islamici”. Che cosa hai pensato leggendo quel titolo?

Questo è il simbolo di ciò che è l’Italia oggi e di quanto il nostro Paese stia sprofondando verso una disintegrazione di tipo culturale. Io non credo che la generalizzazione sia un fattore positivo. Queste sono cose che si possono dire al bar, anche se sarebbero da evitare in ogni caso. Di certo non sono affermazioni da scrivere su un giornale.

Il tuo lavoro di attivista per i diritti umani ha preso il via dopo aver appreso la storia di tuo padre. Qual è la tua missione?

Non so se chiamarla missione, lo definirei più un impegno. Mio padre mi ha parlato tardi della sua esperienza vissuta in Siria. Quando le persone vengono torturate c’è chi tenta di cancellare dalla memoria quanto avvenuto. Questo è anche il suo caso. Lui non ha mai voluto parlare troppo e anche con me è stato restio. Quando è iniziata la rivoluzione, ho pensato che fosse giusto spiegare la situazione del Paese attraverso i resoconti della mia storia familiare. Io provo empatia nei confronti della Siria per una questione di identità e il mio è un impegno a dare voce a chi non ha.

Perché hai deciso di affidare il tuo messaggio ai libri?

Quando uno imbraccia un fucile lo fa per un’idea. Un libro ci aiuta a cambiare e costruire nuove idee. Io credo che si debba combattere una battaglia soprattutto nel campo della cultura. Scrivere un libro è la scelta giusta, è un fucile vincente.

Il tuo primo libro si intitola “La felicità araba”. È possibile raggiungere la felicità nel mondo arabo?

Certo, è possibile. La felicità araba è anche una questione filosofica, ma soprattutto concreta. Gli arabi vogliono emanciparsi da un’idea fatalista e vittimista del futuro. Vogliono riabbracciare il loro destino e intraprendere un percorso in questo senso. Dobbiamo comprendere che le società arabe si stanno muovendo verso una nuova rinascita. E noi dobbiamo rinascere con loro.

Una nuova rinascita che è anche sinonimo di democrazia?

La democrazia è un sistema istituzionale. Io credo che prima della democrazia debba esserci la libertà. Libertà di espressione, di dialogo, di confronto. Quando ci sarà la libertà si potrà cominciare un percorso per la creazione di istituzioni adatte alla società araba. Non credo che in Siria arriverà una democrazia come la intendiamo in Italia. Penso, invece, che arriverà una democrazia colorata di Islam. Storicamente, infatti, le società arabe non hanno un percorso di secolarizzazione simile al nostro. È difficile, dunque, pensare che si arriverà ad avere un sistema istituzionale identico a quello che abbiamo qui. La questione fondamentale è quella di concedere la libertà e pari diritti alla popolazione, creando un’identità comune e una cittadinanza uguale per tutti. Quando questo avverrà, si potrà costruire un sistema istituzionale migliore.

Che ruolo può giocare l’Italia in questo cammino?

L’Italia ha un ruolo culturale molto potente. Rispetto a un tedesco, per esempio, nel mondo arabo l’italiano è visto come più vicino alla sua identità e alla sua storia. Abbiamo quindi una possibilità di dialogo maggiore con gli arabi. Anche a livello geografico siamo vicinissimi a loro e dovremo essere noi primi a portare le istanze arabe all’Unione Europea.

Qual è la tua speranza per il futuro?

La speranza è che la guerra in Siria finisca il prima possibile, anche per avere la possibilità di tornare nel Paese. Oggi si trovano in giro tanti esperti della Siria e del mondo arabo, ogni giorno ne nascono di nuovi. Più che altro si tratta di una moda passeggera, legata alla visibilità da prima pagina. Una volta passata la crisi, però, quando la notizia non è più da copertina, coloro che fino al giorno prima parlavano a gran voce si disinteressano e diventano esperti di qualcos’altro. Per me, invece, non sarà così. Quando la situazione si calmerà e sarà possibile far rientro in Siria, io tornerò per lavorare dall’interno alla pacificazione. Ci sarà molto da fare a livello umano. La Siria è un Paese bellissimo, non è di certo la terra del male, come qualcuno ha detto. È una nazione che ha tanto da offrire.

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