È morto Pelé, leggenda del calcio brasiliano

Aveva 82 anni, era malato da tempo e ricoverato in ospedale a San Paolo da un mese

PELè

Casa Pelé, la piccola casa di due stanze a Tres Coracoes dove nacque nel 1940, è oggi una attrazione turistica un po’ posticcia. Non sono sopravvissute foto o descrizioni della casa originale, e quindi è stata ricostruita interamente dai ricordi della madre di Pelé, Dona Celeste, e di suo zio Jorge, come un identikit. Con mobili e arredi d’epoca presi tra negozi di antiquariato e mercatini delle pulci. Un’approssimazione, una nebulosa. Ora che è morto, così sarà tramandato: un racconto, piuttosto che un’esperienza vissuta. Rivivrà in astratto, ci aveva già fatto il callo.

L’arte di Pelé ha lambito l’epoca della sua riproducibilità tecnica, con buona pace di Walter Benjamin. Lui aveva già pensato a dove trasferirsi, lontano dalla transumanza dei fedeli postumi: venti anni fa s’era comprato un palco d’onore nella tribuna vip più esclusiva al mondo, il cimitero di Santos, con vista sullo stadio. Una tomba di famiglia al nono piano (“Un omaggio a mio padre Dondinho che giocò centravanti nel Santos, con il numero 9”) nella necropoli verticale, una specie di Maracanà del caro estinto. Il “Memorial Necropole Ecumenica”, magari lo ribattezzeranno Pelé, il bisillabo più famoso dello sport. Ora la retorica dell’inumazione spenderà tutti i “paradisi” e gli accostamenti celestiali possibili. Aveva cominciato a farne lo spelling il titolista del Sunday Times all’indomani della finale mondiale del 1970: “Come si scrive Pelé? D-I-O”.

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Maradona, il completamento del santissimo binomio, è già lì ad aspettarlo: non c’è verso di scampare alla pigra narrazione di questi miti saliti all’Eden. Eppure Pelé, più di Maradona, sarà vissuto ad oltranza per mezzo del suo calcio: la velocità, l’eleganza felpata, l’enfasi dei gol, il gioco di gambe preciso come una musica. È la sua vera eredità, intangibile, ma anche fratturata e contestata nel corso dei decenni. Pelé vivrà come ha vissuto, con la palla tra i piedi. E ai piedi di Pelé, la palla era quello che tutti volevano che fosse.

C’è un arco cinematografico naturale nella carriera di Pelé, che va dallo spettacolare esordio a 17 anni ai Mondiali del 1958 in Svezia (Sigge Parling, il difensore svedese che lo marcò in finale disse: “Dopo il quinto gol avevo voglia di applaudirlo anch’io”), passando per le botte e le crisi negli anni ’60, fino alla gloria del Mondiale in Messico. C’è poi quello successivo, alternativo, fatto di deviazioni commerciali e politiche, un ultimo mezzo secolo in più fasi: New York Cosmos Pelé, pace nel mondo Pelé, disfunzione erettile Pelé (sì, ha fatto anche il testimonial del Viagra…), Mastercard Pelé.

Il declino è quello che le agiografie tratteranno con un po’ di pudore: le sue relazioni extraconiugali, il rapporto spiacevolmente stretto con la dittatura militare. Una stella imperfetta e credulona: un uomo che sul campo era padrone della fisica e della fantasia, ma fuori spesso fu un prodotto di forze che non poteva né imbrigliare né capire del tutto. Lo stesso Pelé non è mai stato un narratore affidabile di se stesso. Molte delle storie che ama raccontare – come quella volta che avrebbe fermato pressoché da solo una guerra civile in Nigeria nel 1969 – sono state ampiamente smascherate. Lo stesso conteggio dei gol da record è oggetto di aspre controversie. 1.281 in tutto, ufficiali e non, dirà la Fifa. Compreso il millesimo che segnò ad Andrada: il portiere, mica scemo, se lo fece stampare sui biglietti da visita. Non ci pensò proprio a pararlo quel rigore, gli valse la storia: il millesimo gol di Pelé, figurarsi. Quarantasette anni dopo a Londra, quel pallone sarà venduto all’asta per 81.250 sterline.

Pelé non ha semplicemente deciso di ricreare la sua storia, di girarla come “la chilena” in Fuga per la Vittoria – ciak, buona la prima – ha più che altro passato 60 anni a ripetere aneddoti, intervista dopo intervista. Fondendo leggenda e realtà, fino a non distinguerli più. Non si tratta di verità e bugie, ma più che altro dell’urgenza della sua generazione di esaltarlo per contrasto con i miti successivi. Con lui nacque il Brasile moderno – il Paese, non la squadra – fu il simbolo di quell’emancipazione, l’emblema del boom economico. La sua fama s’è sviluppata per credulità popolare, come un miracolo biblico.

Era nero, ma fu multiculturale. Rose Ganguzza, la sua ex manager, racconta: “Facemmo un’indagine di mercato, il suo nome era più conosciuto della Coca-Cola”. Nel ’75 firmò un contratto con la Warner da 5 milioni di dollari per tre stagioni. Glielo procurò per i Cosmos l’avvocato che aveva piazzato Dustin Hoffman in Tutti gli uomini del Presidente. Superò a destra nella borsa dei cachet di colore O.J. Simpson, Wilt Chamberlain e Kareem Abdul-Jabbar. Lo hanno declinato per avventure: ha palleggiato con quattro presidenti americani – Nixon, Ford, Carter e Reagan – alla Casa Bianca, e a Rio nel ’97 con Bill Clinton. È finito in un’opera di Andy Warhol, su commissione del mercante d’arte Richard L. Weissmann, che la tiene in una villa a Seattle. Pelé ha capitalizzato tutto, talento incluso. Ha avuto infinite relazioni, tre matrimoni ufficiali, l’ultimo nel 2016 con una donna di trent’anni più giovane. Tre figli dalla prima, due gemelli dalla seconda e almeno altre due figlie. Una, Kely, è quella che ha annunciato al mondo l’addio della leggenda: “Tutto ciò che siamo è grazie a te ti amiamo infinitamente. Riposa in pace”.

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Per più di un decennio ha affidato i suoi affari all’agente Pepe Gordo, che investì quasi tutto in un fallimento dopo l’altro. Alla fine degli anni ’60, Pelé era al verde. Nel 1964, un colpo di stato dell’esercito – sostenuto dagli Stati Uniti – rovesciò il governo democraticamente eletto di João Goulart e stabilì un brutale regime autoritario, caratterizzato dalla tortura e dall’assassinio di dissidenti politici. Pelé prestò la sua immagine alla propaganda, senza mai dare cenno di contrizione. Nell’era dell’atleta-attivista, l’immacolata neutralità di Pelé risulta quasi primitiva, antiquata. Ma è una forzatura nostra: lo rileggiamo modellandolo sulle nostre aspettative preconcette. Gli “eroi” di oggi una volta non c’erano, e forse non sarebbero sopravvissuti. La polemica per lo scialle indossato da Messi alla premiazione del Mondiale è ancora calda. Pelé è stato un multi-personaggio: la fonte di gioia in un paese triste e represso; un prigioniero per la politica che gli impedì di trasferirsi in Europa negli anni ’60; un catalizzatore inesauribile per sponsor e marketing. E ancora: per allenatori e compagni di squadra, la via più rapida verso la gloria; per giornalisti, scrittori e cineasti, un’ispirazione di mille storie da raccontare. Per l’umanità Pelé resta la prova inconfutabile che i ricordi felici sono sempre, oggettivamente, migliori di quelli di qualsiasi generazione successiva. Pelé è morto da testimonial dell’immortalità. (Agenzia DIRE)