Amazon, i venditori italiani fanno causa: “I nostri soldi bloccati dall’algoritmo”

Commercianti che hanno visto andare in fumo decine di migliaia di euro. Fondi bloccati da un algoritmo, merci smarrite e solo parzialmente rimborsate, account sospesi per presunte attività sospette, enorme difficoltà a ottenere spiegazioni da un interlocutore in carne e ossa. Sono le storie sconosciute di tanti imprenditori italiani che decidono di vendere i loro prodotti su Amazon, il più grande store online del mondo. Così molti di loro hanno deciso di fare causa al colosso statunitense, come racconta una lunga inchiesta pubblicata sul nuovo numero di FQ MillenniuM, il mensile diretto da Peter Gomez, in edicola da sabato 7 agosto.

«Abbiamo casi da centinaia di migliaia di euro e altri da poche migliaia», racconta Paolo Cesiano, avvocato che ha seguito alcune delle storie riportate dal mensile e fondatore di Diritto-del-web.it. «Non tutti, poi, hanno la stessa dimestichezza con la tecnologia e Amazon frappone ostacoli, impone attese e genera costi spesso inaffrontabili. Per attivare un procedimento con un giudice, che poi può emettere un provvedimento cautelare da notificare alla multinazionale, ci vogliono 6-7 mila euro.
In Italia gli strumenti di class action non sono sempre efficaci ed è difficile far valere diritti collettivi, ecco perché negli Stati Uniti la stessa società si comporta in modo diverso».

FQ MillenniuM riporta diverse storie come quella di Cristiano, produttore e venditore di mascotte, la cui attività ha subito un brusco rallentamento causa pandemia.
Così ha riattivato un vecchio account fermo dal 2016. «Ho lavorato nella grande distribuzione per tanti anni e ho sviluppato un certo fiuto per gli affari», racconta tra i gonfiabili a terra dell’enorme garage che ospita il suo parco chiuso.
«Sotto Natale ho trovato delle sedie da gaming in offerta e ho pensato potessero diventare un regalo di tendenza». Un’aspettativa ben riposta, visto che in pochi giorni il suo negozio online è arrivato a ricevere più di dieci ordini al giorno. Fino a quando Amazon – o un suo algoritmo – non ha deciso di congelare i 18 mila euro giacenti sul profilo venditore, 12 mila al netto dei vari dazi da pagare alla società americana, impedendo al legittimo proprietario l’accesso ai fondi e all’account.

“Abbiamo rilevato delle attività sospette”. Questo alert spesso segna l’inizio di un calvario di form precompilati da riempire, codici di spedizione da rintracciare, segnalazioni e centinaia di mail senza risposta. Per sei mesi il profilo del commerciante rimane inaccessibile. Questa è la policy di Amazon, quando la sua intelligenza artificiale rileva un’attività ritenuta anomala. In questo caso la rapida crescita del volume di affari di un account inattivo da troppo tempo.

Nel 2020 Amazon ha bloccato 10 miliardi di offerte sospette e ha consentito la registrazione soltanto nel 6% dei tentativi di creazione di un account. Chi vende sul sito di Jeff Bezos, poi, accetta di default di vedere liquidati i propri guadagni con cadenza quindicinale, così da non restare mai al verde e poter garantire sempre un eventuale rimborso al compratore.

Per Amazon si tratta di casi isolati. L’azienda fa sapere a FQ MillenniuM  che la maggior parte dei reclami vengono risolti nell’arco di 24 ore con un 90% di utenti soddisfatti della decisione presa. Quando si è poi arrivati a una richiesta di mediazione formale – sempre secondo i dati a disposizione dei tecnici della piattaforma – in due casi su tre il mediatore ha confermato la decisione presa da Amazon.

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