Sono più i migranti che diventano italiani di quelli che arrivano via mare

MILANO Sono più numerosi gli immigrati che diventano italiani di quelli che sbarcano sulle coste. Nel biennio 2013-2014 i nuovi cittadini sono stati 231 mila, mentre i profughi arrivati via mare sono stati 213 mila. “Il fenomeno migratorio ha due facce nel nostro Paese, ma si tende a guardare solo quella più eclatante, che desta più allarme sociale. Se poniamo attenzione ai nuovi cittadini, scopriamo anche che uno su quattro ha meno di 15 anni”, sottolinea Giancarlo Blangiardo, demografo che ha presentato oggi a Milano il XXI Rapporto sulle migrazioni della Fondazione Ismu.

Nel 2014, in particolare, si è registrata un’impennata degli arrivi di profughi: 170 mila. Ma già quest’anno lo scenario è cambiato: fino al 20 novembre 2015 sono stati 143 mila. Se da un lato cresce il numero di richiedenti asilo, dall’altro continuano a diminuire i flussi per lavoro (-84% dal 2010). Il fenomeno dell’irregolarità, pur registrando una leggera ripresa, rimane comunque a un livello fisiologico (l’incidenza è inferiore al 7%):  al 1° gennaio 2015 Ismu stima che non abbiano un valido titolo di soggiorno 404mila stranieri (contro i 350mila alla stessa data dell’anno precedente). Sul fronte lavorativo si registra un aumento dell’occupazione straniera: infatti dopo un lieve calo nel I trimestre 2015, il numero di occupati stranieri è tornato a crescere nel II trimestre, portando a un saldo positivo di 50mila unità rispetto allo stesso periodo del 2014. Gli stranieri hanno superato la soglia del 10% del totale degli occupati. “Occorre non diffondere notizie false che accrescono timori e pregiudizio -aggiunge Vincenzo Cesareo, presidente della Fondazione Ismu-. Occorre garantire sicurezza nei Paesi Europei e ai loro confini. Ma non erigendo muri, bensì aprendo porte e costruendo ponti”.

Complessivamente in Italia vivono 5,8 milioni di immigrati (al 1 gennaio 2015), secondo quanto stima l’Ismu, con un incremento del 2,7% rispetto all’anno precedente. E mentre sono in drastico calo gli ingressi per motivi di lavoro (l’Italia, causa crisi economica, non è più meta ambita per i migranti, salvo che per i profughi che comunque la considerano Paese di transito), crescono i ricongiungimenti familiari, tanto che ora i nuclei composti da tre o quattro persone sono 674mila contro i 540mila single.

“Recentemente è stata messa in luce la tendenza di alcuni ospedali italiani (si registrano casi a Milano e ad Ancona) a non erogare prestazioni sanitarie agli immigrati irregolari – si legge nel Rapporto sull’immigrazione della Fondazione Ismu -, preferendo indirizzarli verso servizi sanitari offerti dal terzo settore e dal volontariato, nella convinzione che curare gli immigrati contribuisca a pesare eccessivamente sulla spesa pubblica sanitaria, fatto che però è stato confutato da numerose ricerche empiriche”. In particolare l’azienda ospedaliera di Ancona, secondo quanto pubblica il Rapporto Ismu, ha diffuso una circolare in cui “si ricorda a tutto il personale che i cittadini non iscritti al Servizio sanitario nazionale, stranieri o italiani residenti all’estero, non hanno diritto ad alcun tipo di assistenza sanitaria gratuita neanche in regime di urgenza, qualora sprovvisti della documentazione necessaria”. Il pregiudizio diffuso è che gli immigrati siano un costo e un peso per la sanità. Ossia che ottengono più prestazioni e servizi rispetto a quanto sia il loro contributo dal punto di vista fiscale. Ma i dati presentano una realtà diversa.

Innanzitutto, rispetto agli italiani gli immigrati ricorrono in misura inferiore ai ricoveri ospedalieri sia per quelli ordinari, sia in day hospital. Le uniche eccezioni sono rappresentate dai ricoveri per malattie infettivo-parassitarie e per ricoveri legati a complicazioni nella gravidanza e nel parto. Il ricorso all’ospedalizzazione dei cittadini provenienti da Paesi a forte pressione migratoria è dovuto soprattutto per gravidanza, parto o interruzione di gravidanza, oppure all’attività lavorativa (traumi). “Da una ricerca condotta dall’Organizzazione mondiale della sanità è emerso che nel 2014 tra gli immigrati l’incidenza tumorale sembra essere più bassa rispetto agli italiani (ad eccezione di quelli del fegato e della cervice uterina) – si legge nel capitolo del Rapporto dedicato alla salute, curato da Nicola Pasini e Veronica Merotta-. La prevalenza di patologie croniche è da legarsi all’aumento dell’età (è il 27% tra i 50-69enni) ed è maggiore tra chi ha difficoltà economiche (17%)”.

Aumentano invece i ricorsi al pronto soccorso. I ricoveri d’urgenza sono numerosi tra gli immigrati (soprattutto tunisini e marocchini) non residenti, che vi fanno ricorso per una scarsa conoscenza delle procedure ordinarie. “Le difficoltà comunicative possono costituire un vero e proprio ostacolo alla fruizione dell’assistenza e alla cura da parte degli immigrati: tra gli stranieri con più di 14 anni, 14 su 100 dichiarano di avere difficoltà a spiegare al medico i sintomi del proprio malessere, 15 su 100 dichiarano inoltre di faticare a comprendere quanto detto dal medico (dati Istat 2014). Per gli aspetti burocratici: 12 stranieri su 100 in età superiore ai 14 anni dichiarano di avere difficoltà nello svolgimento delle pratiche necessarie per accedere ai servizi e alle prestazioni sanitarie (con punte di 20 su 100 tra i cinesi).
Infine il 16% degli stranieri con più di 15 anni dichiara di avere difficoltà ad effettuare visite o esami perché gli orari sono difficilmente compatibili con il lavoro”.

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