Quanto costa la fine di Schengen?

Schengen
BRUXELLES – Movimenti delle merci più lenti, prezzi più elevati, “conseguenze drammatiche” sulla crescita economica e perdite per almeno 470 miliardi di euro. Questo è soltanto lo scenario più ottimistico di quello che potrebbe accadere nell’Unione europea se gli egoismi degli Stati non dovessero cessare e dovessero anzi portare fino alla conseguenza estrema: il crollo dell’area Schengen. A fare i calcoli è la fondazione tedesca, Bertelsmann Stiftung, che ha tentato di immaginare cosa accadrebbe se si continuasse sulla via delle reintroduzione dei controlli alle frontiere. Per prima cosa, ricorda lo studio, la fine dell’area di libera circolazione si tradurrebbe in tempi più lunghi per il controllo dei passaporti alle frontiere. E tempi più lunghi significano costi di lavoro più elevati per le compagnie di trasporto. Queste si troverebbero ad affrontare anche spese maggiori per la conservazione delle merci visto che le spedizioni rapide non sarebbero più possibili. Tutti fattori che  non potrebbero che portare ad un aumento del prezzo delle merci. Ma quando i prezzi salgono, la domanda dei consumatori cala e le compagnie diventano meno competitive sul mercato internazionale, con una riduzione dell’export. E se le opportunità di vendita diminuiscono, le compagnie non possono che tagliare la produzione. Risultato: una minore crescita economica.
Bertelsmann immagina due diversi scenari, uno più ottimistico, in cui i prezzi dei beni importati dagli altri Stati Ue aumenterebbe soltanto dell’1% e uno più negativo, secondo cui l’aumento potrebbe arrivare al 3%. Nello scenario più roseo, la fine dell’area Schengen porterebbe in dieci anni, ad una perdita per l’Unione europea di oltre 470 miliardi di euro, circa lo 0,04% del Pil. Nello scenario più pessimistico, invece, la perdita per l’Ue sarebbe, da qui al 2025, di circa 1.430 miliardi di euro, lo 0,12% del Pil europeo. Le conseguenze si farebbero poi sentire distintamente anche sui singoli Stati membri, Italia compresa. Secondo la fondazione tedesca, il nostro paese rischia di perdere, con la reintroduzione dei confini, 48,9 miliardi di euro, nel migliore dei casi. Con un aumento dei prezzi del 3% le perdite per l’Italia potrebbero arrivare fino a 148,5 miliardi di euro in dieci anni.
Danni ancora più consistenti potrebbero dovere affrontare gli altri Stati europei. Secondo lo studio, la Germania perderebbe, nel migliore dei casi, 77 miliardi di euro nel periodo 2016-2025, mentre, secondo lo scenario più negativo, le perdite tedesche potrebbero arrivare fino a 234,8 miliardi di euro. Ancora peggio potrebbe andare per la Francia che potrebbe trovarsi ad affrontare un calo del Pil di 80,5 miliardi di euro nel migliore degli scenari e di ben 244,3 miliardi di euro in dieci anni nel peggiore dei casi. Così pure la Gran Bretagna, per cui le perdite potrebbero variare tra  gli 87,2 miliardi e i 264,3 miliardi in dieci anni.
Un “effetto drammatico”, lo definisce lo studio stesso che, in un mondo sempre più interconnesso, potrebbe arrivare ad avere ripercussioni anche fuori dai confini Ue. La fine dello spazio di libera circolazione europea, secondo Bertselmann, potrebbe portare un calo della crescita economica anche negli Stati Uniti e in Cina: con un aumento dei prezzi dei beni importati pari all’1%, gli Usa perderebbero all’incirca 91 miliardi di euro mentre la Cina 95. Con un aumento dei prezzi del 3%, invece, si potrebbe arrivare, per entrambi i paesi, a perdite per circa 280 miliardi tra il 2016 e il 2025. (Agenzia Redattore Sociale)

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