Palermo. Blitz al campo rom, 4 donne trasferite nel Cie: la protesta delle associazioni

PALERMO – Quattro donne del campo rom di Palermo sono state portate all’interno del Cie di Ponte Galeria. Il loro trasferimento è avvenuto in seguito ad un sopralluogo delle forze dell’ordine di venerdì scorso dentro al campo della Favorita che ha portato all’arresto di una persona su cui pendeva una condanna di 8 mesi. Le donne, stanziali da decenni dentro il campo, non sono pregiudicate e non hanno commeso alcun reato. L’unica irregolarità riscontrata è stata quella di essere senza permesso di soggiorno. Motivo per il quale sono state allontanate. L’udienza di convalida del trasferimento delle donne nel Cie è prevista per domani mattina. Sul caso le associazioni di Palermo – Arci, Asgi – Sezione Sicilia, Associazione Diritti e frontiere (Adif), Clinica Legale per i Diritti Umani (Cledu), Forum Antirazzista Palermitano – hanno divulgato un documento in cui chiedono il rilascio delle quattro donne. Anche il sindaco di Palermo dopo avere appreso la notizia ha detto che si impegnerà affinchè queste donne possano ritornare nella città dove da sempre abitano. Tra le donne trasferite c’è una signora anziana molto malata, che non può assolutamente sopportare la detenzione in un Cie per motivi di salute.

“Non sappiamo quali siano le cause dell’imponente irruzione delle forze armate, all’alba del 17 febbraio al campo della Favorita di Palermo, dove vivono da decenni alcune famiglie rom – si legge nel documento delle associazioni – .Vogliamo che si sappia chi sono queste persone, perché si capisca l’ingiustizia che stanno subendo e contro la quale ci opporremo, a partire dall’utilizzo di tutte le vie legali e poi mobilitando ogni forza disponibile per questa battaglia di civiltà. Non lasceremo sole queste donne e invitiamo tutte le realtà e le persone alla mobilitarsi in nome dei diritti e della dignità di ognuno e ognuna”.

“Quanto avvenuto al campo Rom di Palermo dimostra la inadeguatezza della normativa italiana – dichiara il sindaco di Palermo Leoluca Orlando – che, di fatto, autorizza, anzi incentiva, la deportazione di cittadini che non hanno compiuto alcun reato, ma sono soltanto ‘colpevoli’ di non avere diritti di cittadinanza. Le quattro persone che sono state infatti trasferite al Cie di Roma, sono nate e cresciute a Palermo o vivono a Palermo da oltre vent’anni, essendo fuggite dalla guerra nella ex Jugoslavia. Sono, quindi, vittime della assenza di una legge sullo ius soli e di una inadeguata protezione nazionale e internazionale. Avendo saputo che tutti avevano già in corso le procedure per il rinnovo del permesso di soggiorno, l’amministrazione comunale prenderà contatto con i loro legali e sosterrà ogni iniziativa istituzionale che permetta a queste cittadine, che consideriamo palermitane, di tornare presto nella nostra e nella loro città”.

“Cercheremo di capire come mai sia potuta avvenire un’operazione di questo tipo che non ha precedenti – sottolinea Alessandra Sciurba della Clinica legale per i diritti umani dell’università di Palermo -. E’ incomprensibile la ragione di un’operazione di polizia di questa entità contro 150 persone costrette a vivere dentro un campo perché da sempre non sono state messe nelle condizioni giuridiche di potere avere una situazione più dignitosa. Chiediamo pertanto di trovare le vie legali per liberare queste donne dalla loro reclusione nel Cie”. “Seguiamo molte famiglie del campo e verifichiamo che tante volte nonostante il tribunale dei minori emani un provvedimento positivo che intima alla questura di rilasciare un permesso di soggiorno nel superiore interesse dei bambini, quest’ultima di fatto poi lo nega perché richiede loro il passaporto. Però sappiamo che nella maggioranza dei casi sono persone nate e cresciute in Italia, figlie e figli di rifugiati riconosciuti vent’anni fa dall’ex jugoslavia che non avrebbero nemmeno il paese a cui chiedere il passaporto. Chiediamo allora che si creino le condizioni per fare uscire le famiglie dal campo, regolarizzandole ed offrendo loro alternative valide nel pieno rispetto dei loro diritti umani”.

Lo scorso 17 febbraio i carabinieri hanno effettuato un vero e proprio blitz presso il campo nomadi della Favorita. Nell’operazione, complessivamente sono state identificate 73 persone ed eseguite 45 perquisizioni domiciliari. I militari hanno poi arrestato Sebastian Dibrani, 43 anni, di origine slave, su cui pendeva un ordine di carcerazione emesso dalla procura di Messina nel 2010 per 8 mesi di condanna. La Procura di Palermo, in seguito all’operazione, non ha convalidato il sequestro del campo nomadi nel parco della Favorita. Per il pm Claudio Camilleri non ci sono, infatti, i presupposti d’urgenza che la legge richiede in caso di sequestri probatori. I sigilli erano stati messi a 48 immobili, baracche alcune delle quali in muratura ed a un’area di 60 mila metri quadrati. Il provvedimento del magistrato rimarca l’assenza dei requisiti normativi alla base del sequestro e l’insufficienza degli accertamenti fatti per individuare i reati contestati. (Agenzia Redattore Sociale)

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