Gaza: il sogno a colori di Malak

GAZA – Convivere ogni giorno con la paura di uscire di casa. Sempre che la propria casa ancora esista e non sia stata distrutta dalla guerra. E, nonostante tutto, trovare la forza di andare avanti, di coltivare le proprie passioni. Malak Mattar ha 15 anni e vive nella striscia di Gaza. Alla sua età, in altri parti del mondo, le ragazze vanno a scuola, il pomeriggio incontrano le amiche, la sera vanno al cinema, si innamorano. A lei un’adolescenza ‘normale’ non è concessa. Ha già sperimentato gli orrori e le tragedie della guerra.

Un anno fa, quando nella città di Gaza infuriava l’attacco dei 51 giorni ad opera di Israele, ha iniziato a dipingere. Per esorcizzare quella paura e provare a dare un senso anche a quei giorni di ansia e preoccupazione. Ha iniziato con gli acquerelli. I primi tratti sembrano quasi elementari. Poi affina la tecnica e passa ai colori acrilici. Nel giro di pochi mesi le sue mani riescono a dire più di quanto possa fare la sua bocca.

“Ho iniziato a dipingere per scaricare l’energia negativa. Mi sentivo isolata, nella mia piccola stanza buia. Senza alcuna reazione al suono delle bombe”. Così il frastuono del conflitto che infuria fuori dalle pareti di casa diventa silenzio. Squarciato, ora, solo dall’esplosioni delle immagini dipinte sulla tela. “Ricordo quando ho tenuto per la prima volta quel pennello sottile tra le mani e iniziai a dipingere quasi inconsciamente. Mai mi sarei aspettata di diventare un’artista, un giorno”.

Da strumento per esprimere le sue emozioni, l’arte diventa per Malak un’occasione importante per raccontare ciò che avviene nella sua terra martoriata. Quello che i suoi occhi vedono, le sue mani trasformano in immagini. C’è sofferenza, dolore, ma anche speranza nelle sue tele. Se prima l’arte le serviva per estraniarsi dalla realtà del conflitto che imperversava nella sua città, ora ha imparato a usare l’arte “per ragioni più nobili. Uso l’arte come messaggio” per “la mia affermazione personale, raccontare la mia vita e auspicare la pace”.

Così quando venerdì 13 novembre ha saputo degli attentati terroristici a Parigi, non ha potuto fare a meno di mettere su tela ciò che sentiva. Per fare un regalo a quella città che “mi ha sempre ispirata. Adoro la grandezza della torre Eiffel. Parigi è la città della pace, della felicità. Dopo quello che è successo mi sono sentita triste, affranta”.

 

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Triste e affranta. Lei, piccola artista tra le macerie di una guerra dimenticata. “Qui la gente soffre. Mancano le cose essenziali. Nessuno può immaginare cosa significa vivere con sei ore di energia elettrica al giorno, a volte anche meno. Io, Alhumdillaoh (grazie a Dio, ndr), ho ancora una casa. Ma c’è gente che vive nei camper, senz’acqua. La situazione peggiora, anche per noi giovani. Niente lavoro, niente stipendio. Non ci si può nemmeno curare perché diventa difficile reperire medicinali a causa del divieto imposto ai palestinesi di viaggiare”. Poi l’amara considerazione: “No, la Guerra qui non è ancora finita”.

Immaginiamo Malak nella sua stanza, tra i suoi libri e i suoi quadri. E proviamo a intercettare i suoi sogni. “Voglio diventare ambasciatrice di tutte le popolazioni oppresse del Medio Oriente che non hanno opportunità di esprimersi. Voglio rappresentare le loro voci attraverso le mie opere. Sogno di poter viaggiare e di avere l’opportunità di esporre i miei quadri in una mostra”.

Non sappiamo se Malak diventerà un’artista famosa, in futuro. Sappiamo però che l’arte la sta aiutando a sopportare il peso di un’esistenza che nessun essere umano meriterebbe di condurre. “Vorrei dire al mondo che nonostante tutti i problemi che abbiamo, qui siamo ancora capaci di provare sentimenti”. Una verità disarmante che ci ricorda, ancora una volta, di quanto sia necessario restare umani. Sempre.

 

Francesca Caiazzo

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