Carcere, per stranieri detenzione più lunga

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ROMARappresentano il 32 per cento della popolazione carceraria, età media 39 anni,provengono soprattutto dai Paesi del nord Africa, dall’Albania e dalla Romania. A parità di pena, statisticamente restano in carcere più a lungo degli italiani perché non riescono ad accedere alle misure alternative e in questi mesi sono sotto la lente d’ingrandimento per il rischio radicalizzazione. E’ l’esercito di stranieri recluso negli istituti di pena italiani:17.679 persone, 16.885 uomini e 794 donne  (al 29 febbraio 2016) su un totale di 52.846 detenuti. “Il triplo, rispetto alla fine degli anni ’80, dopo che, nel 2007, avevano sfiorato il 50 per cento della popolazione totale”. Bastano pochi numeri per capire quanto sia urgente la riforma di un ordinamento penitenziario scritto e pensato in un’epoca in cui la quasi totalità dei detenuti era italiana. Partendo dai dati e dalla necessità di leggerli anche “alla luce della mutata situazione giuridica, politica e internazionale (ad esempio gli interventi sul reato di clandestinità) e dei mutamenti dei flussi migratori”, il Tavolo 7 degli Stati generali sull’esecuzione penaleha sviscerato il tema “Stranieri ed esecuzione penale”, centrando bisogni e obiettivi.

Gli esperti, coordinati da Paolo Borgna, procuratore aggiunto del tribunale di Torino, hanno lanciato alle istituzioni la sfida che sintetizza tutte le proposte: cercare di applicare anche ai detenuti stranieri i principi della riforma del ’75 e l’ispirazione dell’articolo 27 della nostra Costituzione”. E mentre le statistiche annuali del Consiglio d’Europa ci dicono che l’emergenza sovraffollamento è stata tamponata (il nostro Paese è indicato come esempio da seguire per affrontare il problema) ma che non si può abbassare la guardia (l’Italia è all’11mo posto in fatto di sovraffollamento), restiamo, secondo gli stessi dati, tra i Paesi in cui è più alto il numero di stranieri dietro le sbarre.

Un supplemento di pena. “In Italia – rilevano gli esperti – è del tutto assente la cosiddetta “discriminazione istituzionale”: tutti i benefici sono previsti per tutti i detenuti, stranieri e italiani. Eppure, in concreto, molti istituti processuali e benefici carcerari sono applicati in modo diseguale. In questo senso, la pena detentiva inflitta a un cittadino straniero contiene normalmente un “supplemento di afflittività”. Le cause di questa diseguaglianza sono molteplici e riconducibili a due fattori: le difficoltà linguistiche e l’assenza di legami con la famiglia”.

Barriere linguistiche e corsi di alfabetizzazione. “Già nel corso del processo, la scarsa o mancata conoscenza della lingua italiana, determina una minore comprensione della propria posizione giuridica. Nella fase dell’esecuzione della pena questa condizione ha conseguenze non meno serie. Secondo i dati, quasi la metà della popolazione carceraria straniera è stata in qualche modo coinvolta in attività didattiche all’interno del carcere, circostanza che testimonia un grande impegno dell’amministrazione in tal senso. Uno sforzo che deve essere incoraggiato e intensificato”. Gli esperti propongono di insistere su questa strada e potenziare i corsi di alfabetizzazione.

Colloqui via Skype per sostenere i legami familiari. “L’Ordinamento penitenziario vede nella conservazione dei rapporti con l’ambiente familiare uno dei pilastri del trattamento rieducativo”. Ma la quasi totalità dei detenuti stranieri non usufruisce di colloqui (visite) perché i familiari vivono nel paese d’origine. L’unico mezzo per comunicare resta il telefono. Da qui la proposta di consentire “ai detenuti stranieri (perlomeno a quelli in esecuzione pena e a quelli con procedimento in corso ma già condannati in primo grado) più agevoli possibilità di accesso ai colloqui telefonici, sempre che non vi siano motivi ostativi legati alla posizione giuridica e al livello di pericolosità”. Il Tavolo suggerisce di rendere disponibili “collegamenti via Skype, privilegiando progetti che riguardino, ad esempio, i contatti con i figli per detenuti con condanne definitive: progetti da accompagnare con azioni di finanziamento e/o di supporto da parte di esperti informatici, presenti in ogni Provveditorato, per gli istituti interessati”.

La piaga dei frequenti trasferimenti. “Il fatto di non poter usufruire di colloqui con i parenti ha un’ulteriore conseguenza negativa per gli stranieri: non essendovi problemi di vicinanza al nucleo familiare, sono più facilmente soggetti a ripetuti trasferimenti da un carcere all’altro”. Il fenomeno si è attenuato con il minor sovraffollamento ma “va segnalato che la maggiore frequenza di trasferimenti interrompe o rende più difficile il percorso trattamentale e i contatti con il magistrato di sorveglianza, con il conseguente rallentamento di tutte le procedure per la richiesta di qualunque tipo di beneficio”. Gli esperti propongono “di agire sulla causa che determina i trasferimenti: il sovraffollamento carcerario”. Ad esempio, attuando misure poco utilizzate come l’allontanamento dal territorio dello Stato (come sanzione alternativa o sostitutiva al carcere) degli stranieri condannati per reati di una certa gravità o il loro trasferimento nei Paesi d’origine per espiare la pena”. Non ultimo “introducendo strumenti che consentano un accesso più agevole alle misure alternative”.

Alloggi protetti per uscire dal carcere. “L’applicazione di misure alternative presuppone l’esistenza di una dimora stabile, di un qualche nucleo familiare entro cui collocare il detenuto e di una possibilità lavorativa che attenui il pericolo di fuga e renda il soggetto più ancorato al tessuto sociale. Nel caso degli stranieri il giudice si trova spesso di fronte all’alternativa secca tra applicazione del carcere e liberazione”. Il Tavolo propone di ricorrere a “strutture in cui poter collocare (in regime di arresti domiciliari e comunque di detenzione attenuata) gli imputati stranieri responsabili di reati seri ma non gravissimi. La capacità di accoglienza dev’essere costruita a livello locale (con iniziative di housing sociale mediante convenzioni con privati)”. Come nella positiva esperienza del Comune di Brescia che dagli anni ’90 ha stipulato con associazioni del volontariato accordi per la gestione di “alloggi protetti” in locali di proprietà comunale.

Le altre proposte. Favorire l’inserimento lavorativo intramurario per gli stranieri che, non ricevendo pacchi o aiuti dalla famiglia, possono ottenere solo dal lavoro un piccolo reddito necessario per gli acquisti interni e le spese legali. Consegnare ai detenuti stranieri la  “Carta dei diritti e dei doveri dei detenuti e degli internati”, tradotta in una lingua comprensibile, al loro ingresso in carcere, come previsto dall’Ordinamento penitenziario. Apportare alla “Carta” modifiche che tengano conto delle modalità di partecipazione alle consultazioni elettorali dei detenuti, cittadini di altri Paesi dell’Unione, residenti in Italia. Incrementare la presenza dei mediatori culturali (strumento essenziale per la gestione dei detenuti stranieri e l’apertura verso l’esterno) e inserirli tra le figure professionali di cui il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria si avvale. (Agenzia Redattoe Sociale)

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