Afghanistan, le ong: corridoi umanitari per l’Italia mai partiti

“Purtroppo ad oggi nessun afghano dei 1.200 che il governo italiano aveva promesso di portare in sicurezza nel nostro Paese con i corridoi umanitari è stato messo in salvo in Italia. La firma del protocollo con le associazioni, tra le quali la nostra, risale al 4 novembre scorso”. Valentina Itri è responsabile migrazioni per Arci nazionale, una delle organizzazioni (tra cui Cei, Sant’Egidio, Federazione chiese evangeliche ‘Fcei’, Tavola Valdese, Inmp, Iom e Unhcr) con cui sei mesi fa la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, in una cerimonia al Viminale, alla presenza di rappresentanti del ministero degli Affari esteri, ha siglato l’accordo per far arrivare nel nostro Paese gli afghani rifugiati in Pakistan e Iran, fuggiti perché esposti al rischio di subire violenze e ritorsioni da parte del governo dei talebani salito al potere nell’agosto precedente, dopo che i contingenti Nato avevano lasciato il paese.

L’agenzia Dire ha intervistato Itri a margine del panel ‘Vie d’accesso legali e sicure: la crisi ucraina e quella afghana, due pesi e due misure’, organizzato da ‘Sabir – Festival diffuso delle culture mediterranee’. Nell’edizione di quest’anno a Matera, gli organizzatori del Festival hanno deciso di dedicare un focus speciale alla crisi afghana che, insieme a quella ucraina, ha dominato l’attenzione dei politici e dei media occidentali. Un’attenzione che però, come avverte Itri, per quanto riguarda l’Afghanistan è scemata sia nella politica che sui giornali poiché oscurata dall’emergenza dei profughi ucraini. Al punto che dopo sei mesi dall’annuncio, nessuna delle 1.200 persone a cui il governo Draghi aveva promesso di far arrivare in aereo in Italia sono ancora partite, e la previsione più prossima “è per metà giugno”. Una situazione “paradossale”, dal momento che in meno di tre mesi l’Italia ha già accolto 120mila rifugiati ucraini, una cifra dieci volte superiore. Questo anche grazie all’attivazione da parte degli Stati UE della Direttiva europea sulla protezione temporanea per chi fugge dai conflitti, un fatto “assolutamente positivo”, dice Itri, “ma l’avevamo invocata sia per gli afghani che per i siriani, senza successo”.

Nei giorni scorsi, continua Itri, “pur di far partire le persone abbiamo accettato di siglare un addendum in cui abbiamo acconsentito a farci carico del costo dei voli”, una spesa che il ministero dell’Interno aveva inizialmente assicurato di coprire. Le ong già si erano impegnate a finanziare l’accoglienza dei rifugiati in Italia, garantendo percorsi di integrazione. E il principale ostacolo, dice Itri, “sarebbe la mancanza da parte delle ambasciate d’Italia in Iran e Pakistan della macchinetta per le impronte digitali”, indispensabile per la registrazione dei rifugiati afghani, ma “una beffa” per le organizzazioni, disposte persino a pagare di tasca propria acquisto e spedizione.

All’agenzia Dire confermano lo stallo anche fonti della Cei e Caritas italiana, della Comunità di Sant’Egidio e delle Chiese protestanti. Sant’Egidio si dice “ottimista” su “un primo arrivo a metà giugno”, e anche Marta Bernardini della Federazione Chiese evangeliche italiane (Fcei) indica quel periodo come “possibile”: “Noi siamo pronti- dice- aspettiamo solo il via”, e informa che nell’addendum al Protocollo citato da Itri di Arci, il governo ha accettato la proposta di “ampliare i Paesi di provenienza: oltre a Iran e Pakistan, i rifugiati potranno arrivare anche da Turchia, Bosnia e Giordania”.

Ma per gli afghani, che siano in Afghanistan o altrove, il tempo stringe. Ieri i talebani hanno sciolto la Commissione diritti umani e quella per la supervisione dell’attuazione della Costituzione, mentre continuano gli attacchi ad esponenti della società civile o alle minoranze come quella degli Hazara: a fine aprile in un attentato contro una scuola 25 studenti hanno perso la vita.

All’agenzia Dire Francesca Iachini, responsabile Diritti umani di Pangea, che con Nove Onlus collabora con Arci, racconta: “Le persone che abbiamo selezionato”, tra cui in particolare giornaliste, attiviste ed esponenti Lgbt, “sono ancora bloccate in Pakistan e sono stanche di questa estenuante attesa”, non priva di costi, dal momento che Arci, Pangea e Nove Onlus le hanno accomodate in case protette. “Pangea sta investendo moltissimo in termini economici e di personale” continua Iachini, “per questo al governo italiano chiediamo di velocizzare le operazioni e di aiutarci per il rinnovo dei visti dei profughi in Pakistan, perché ormai stanno scadendo. Inoltre chiediamo che il numero delle persone da far arrivare con i corridoi sia aumentato”. Questo perché, dice l’esperta, “da agosto ad oggi le cose in Afghanistan sono peggiorate: i diritti fondamentali sono stati drasticamente ridotti. Le donne di cui Pangea si è sempre occupata, se inizialmente si sono viste negare il diritto di studiare, ora non possono neanche uscire da sole di casa senza un uomo che le accompagni e senza il burqa”.

C’è poi il problema “dei cittadini afghani in condizioni di rischio bloccati nel Paese, e che devono essere aiutati a raggiungere in sicurezza Iran e Pakistan per poter partire coi corridoi. Infine- conclude- ci sono coloro che si trovano nei Paesi limitrofi, dove non sono previsti corridoi”.

Stefano Bianchi dell’ufficio Questioni migratorie e visti del ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, intervenendo al panel del Festival Sabir ha motivato i ritardi con “gli indispensabili controlli di sicurezza dei beneficiari” dei corridoi che, provenendo da “zone piene di criticità”, devono essere sottoposti a “una verifica accurata con tempi e procedure proprie”.

“Non entro nel merito dell’operato del ministero dell’Interno- chiarisce Bianchi- ma so che ci si sta procurando la macchinetta per le impronte”.

Sul ruolo delle ambasciate italiane in Iran e Pakistan, Bianchi assicura: “La Farnesina le ha informate a novembre del Protocollo. Abbiamo chiesto loro di agevolare le procedure. Ci risulta che siano in contatto con le organizzazioni partecipanti. Noi garantiamo la nostra piena collaborazione”. Ovviamente l’agenzia Dire ha sollecitato sul tema anche il ministero dell’Interno. Per il momento nessuna risposta. (Agenzia Dire)

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