Sudan, dieci anni fa nasceva il centro pediatrico di Emergency

Esther e due colleghi al lavoro al Centro pediatrico (foto Emergency)

Esther e due colleghi al lavoro al Centro pediatrico (foto Emergency)

SUDAN – Esattamente 10 anni fa, Emergency inaugurava un Centro pediatrico nel campo profughi Mayo, in Sudan.

«Sono arrivata nel campo di Mayo da bambina. I miei genitori erano scappati dal Sud Sudan, perché lì c’era la guerra. Ho vissuto qui per molti anni e, anche se adesso mi sono trasferita in città, torno qui tutti i giorni” racconta Esther, la nuova team leader del centro. “Lavoro nel Centro pediatrico di Emergency da 10 anni, in pratica dall’apertura. In questi anni il campo è diventato più grande, sono arrivati molti altri profughi, anche se nessuno sa veramente quanti siano”.

Il centro sorge nell’area d’insediamento denominata Angola, dove sono state riscontrate le maggiori carenze in termini di assistenza sanitaria: a fronte di una popolazione di 250.000 persone – il 50% bambini – non esistono strutture sanitarie gratuite. “Ho visto tantissimi bambini, più di 100 ogni giorno – continua Esther – Alcuni in condizioni disperate, e non abbiamo potuto fare nulla, ma per moltissimi altri questo centro è stata la salvezza”.

Il Centro pediatrico di Emergency fornisce gratuitamente servizi di pronto soccorso e di sanità di base, dispone di un reparto di degenza di 6 letti per l’osservazione giornaliera e di un’ambulanza per il trasferimento dei casi urgenti agli ospedali cittadini.

Nel corso degli anni “Emergency – prosegue Esther – ha aumentato le attività. Adesso, ad esempio, abbiamo un servizio di ostetricia per le mamme in gravidanza, abbiamo gli educatori sanitari, facciamo molte attività di prevenzione”.

Oltre ai medici e agli infermieri impiegati nell’attività clinica quotidiana, presso il Centro operano anche sei educatori sanitari, che si recano presso il domicilio dei bambini per verificare la corretta applicazione delle terapie prescritte, individuare i bambini malati e dare indicazioni igienico-sanitarie alle famiglie dei pazienti.

Conclude Esther: “Amo il mio lavoro, so che qui sono davvero utile per questa gente che non potrebbe pagare per essere curata. E poi, proprio in questi giorni sono diventata team leader: sono orgogliosa!».

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