Rocco Mangiardi e il suo No alla ‘Ndrangheta

Rocco Mangiard

Rocco Mangiard

CROTONE – «Io non voglio pagare gente che non lavora per me, e che so che userà i miei soldi per comprare proiettili, bombe e benzina. Preferisco assumere un padre di famiglia, ma subire un’estorsione no». Era un freddo giorno di gennaio del 2009 quando Rocco Mangiardi pronunciava queste parole. In un tribunale, nel corso del processo a carico dei suoi estortori.

Rocco è un uomo minuto, sguardo dolce e volontà di ferro. Coraggio ne ha da vendere. Non ha accettato di pagare il pizzo e in aula ha accusato chi era andato a chiederglielo per conto delle cosche. Vive in Calabria, a Lamezia Terme, dove gestisce un negozio di autoricambi. Lo abbiamo incontrato a Crotone, in occasione della presentazione dell’Associazione Dodò Gabriele, in memoria del ragazzino di 11 anni ucciso per errore in un agguato mafioso nel 2009.

Gli chiedo di fare due chiacchiere, non una vera intervista. “Ma che devo dirti?” mi chiede con un sorriso quasi imbarazzato. “Dimmi perché sei qua questa mattina…” gli suggerisco io, e lui sorridendo ancora e scuotendo la testa: “Secondo te?”. Scoppiamo in una risata e poi finalmente riusciamo a farle, due chiacchiere.

“Giovanni e Francesca (genitori di Domenico Gabriele, ndr), come familiari di una vittima di mafia, invece di essere aiutate, stanno aiutando noi, con le loro iniziative e il loro impegno”. Rocco e i coniugi Gabriele sono diventati amici, girano l’Italia in lungo e in largo per portare la loro testimonianza e raccontare cosa significa restare e resistere in Calabria. Vittime lui e loro di una ‘Ndrangheta sempre più spietata. Che non si ferma, come ci insegna la storia di Domenico, neanche davanti ai bambini. “Di associazioni ce ne sono tante, forse troppe e molte non danno qualcosa al territorio” – mi dice – “però conoscendo Giovanni e Francesca sono certo che loro sapranno esseri veri testimoni di legalità”.

Puntare il dito contro i mafiosi, riconoscerli per strada e in un’aula di giustizia non sono eventi comuni in Calabria. Le vittime del racket che denunciano attentati, intimidazioni, il pagamento del pizzo sono pochi. E Rocco, pur essendo uno dei rari esempi di ribellione alla ‘Ndrangheta, si sente una persona normale, felice della scelta che ha fatto e che continua a fare ogni giorno e di fronte all’attenzione che si crea intorno a lui dice: “mi stupisco ogni giorno. Dalla parte in cui ho deciso di stare io, dovremmo starci tutti. A volte mi sento come uno di quegli animali in gabbia che la gente va a vedere con curiosità. Dicono che sono un esempio, però il nostro esempio (dei testimoni di giustizia, ndr) lo diamo non con la nostra presenza o con le nostre parole. Le persone devono stimarci con i loro gesti, le loro azioni facendo quello che noi stiamo facendo. A noi non servono pacche sulle spalle, a noi serve che la gente imiti le nostre scelte”.

Ascoltare Rocco mette tranquillità ed è disarmante la naturalezza con cui parla di una scelta che dovrebbe essere la norma e non l’eccezione. Ma si sa, che in Calabria, decidere da quale parte stare, spesso, non è così semplice. Eppure, Rocco difende con determinazione il percorso che ha fatto finora: “Tornassi indietro, rifarei tutto non una ma cento, mille volte”. L’unica amarezza? Il comportamento di alcuni commercianti della sua città, Lamezia Terme “i quali hanno negato, nel corso di alcuni processi contro la ‘Ndrangheta, di pagare il pizzo, nonostante dalle dichiarazioni di alcuni pentiti emergesse il contrario. Il riscatto, la dignità…questo ci vuole”. E dallo Stato si sente sostenuto o abbandonato? “Veramente io allo Stato non ho chiesto alcunché. Sono abituato a vivere del mio sudore. Io credo che lo Stato è presente se i cittadini sono presenti. Non ci può essere uno Stato se non c’è il cittadino”.

Francesca Caiazzo

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