Richiedenti asilo, hotspot e impronte: la strategia europea è fallita in partenza

profughi

BRUXELLES800 mila profughi arrivati nel 2015 tra Grecia e Italia, a settembre la promessa europea di redistribuirne 160 mila tra gli Stati membri su base volontaria, meno di 200 effettivamente trasferiti finora. Dall’Italia 159 richiedenti asilo su quasi 40 mila previsti. Sono i numeri di un fallimento. È questo il quadro europeo in cui si inserisce la partita fra Italia e Bruxelles sulla questione delle impronte digitali che il Viminale non ha preso a circa 70 mila  migranti in ingresso, facilitandone di fatto la ‘fuga’ verso altre destinazioni in Europa. Comportamento che domani dovrebbe portare all’apertura di una procedura di infrazione da parte della Commissione europea. In ambito Ue il quadro si complica per lo spauracchio dell’avanzata dei nazionalismi di estrema destra che cavalcano il malcontento come il Front National in Francia.

Al centro della discussione a Bruxelles ci sono gli Hotspot che in questa impasse sono stati presentati come la soluzione a ogni male, perché dovrebbero essere dei centri di primo ‘smistamento’ delle persone, in grado di operare una chiara suddivisione fra migranti economici da rimpatriare e rifugiati da accogliere. Questo sulla carta, mentre nella realtà la distinzione appare difficile e in Italia l’unico hotspot ad essere entrato in funzione è quello di Lampedusa, su cui oggi l’eurodeputata Barbara Spinelli (Gue-Ngl) ha presentato un’interrogazione alla Commissione, insieme a 22 colleghi di diversi gruppi politici (Socialisti, Liberali, Verdi, Sinistra unitaria europea). Si contestano le pratiche che le autorità italiane stanno svolgendo nel centro, definite da Spinelli come “nuove pratiche illegali in violazione dei diritti dei migranti e dei richiedenti asilo” perché i migranti sono frettolosamente intervistati e ricevono un formulario incompleto senza informazioni sul diritto all’asilo, ricevendo provvedimenti di respingimento senza avere avuto l’opportunità di chiedere asilo.

Gli hotspot saranno presto pieni, abbiamo bisogno del ricollocamento”, ha detto il presidente del parlamento europeo Martin Schulz, rispondendo ieri a un giornalista greco che gli chiedeva se gli hotspot saranno in grado di fermare il flusso di profughi. “Questo è chiaramente un flusso di rifugiati e come Alto commissariato Onu diciamo che fino a quando la guerra andrà avanti le persone continueranno a scappare”, afferma Sophie Magennis, a capo della sezione legale del Bureau europeo dell’Unhcr. Lo dicono i dati. L’80% degli 800 mila migranti sono in fuga da aree di conflitto (Siria, Afghanistan e Iraq) e oltre il 50% di quelli che hanno attraversato la rotta del cosiddetto “Mediterraneo centrale” sono siriani.

“Gli Hotspot servono a dare asilo a quelli che ne hanno bisogno e solidarietà all’Italia e alla Grecia paesi di primo ingresso, per questo c’è tanta pressione per l’entrata in funzione degli hot spot, ma questi sono ancora i primi giorni” dice Magennis. Tuttavia i numeri dei ricollocamenti sono più che esigui. “È chiaro che, ad esempio, l’Italia non può avere la capacità di esaminare tutte queste persone e quindi verranno trasferiti come richiedenti asilo – continua la rappresentante dell’Unhcr – ma il ‘trucco’ di tutto il meccanismo è che verranno redistribuite solo le persone che appartengono a nazionalità con un tasso di riconoscimento della protezione internazionale del 75% in tutta l’Ue”. Vale a dire quasi solo siriani, iracheni ed eritrei. Gli afgani, ad esempio, sono al di sotto della percentuale e non sono tra questi. Nazionalità poco presenti nei centri di accoglienza italiani. Secondo Magennis per fare in modo che gli hotspot funzionino servono “gli accordi di riammissione con gli Stati di origine per accrescere la possibilità di rimpatriare le persone”.

Il primo dicembre il commissario europeo all’immigrazione Dimitris Avramopoulos ha aperto alla possibilità di inserire anche la Svezia tra i paesi che hanno ricevuto più richiedenti asilo e quindi redistribuirne una parte fra gli altri Stati membri. “Ad oggi sono stati riallocati 150 profughi su 160 mila questo la dice lunga sul livello di cooperazione – commenta l’eurodeputata Cinque Stelle, Laura Ferrara -. Il sistema non funziona perché è basato sulla volontarietà degli Stati membri. Emerge una contraddizione perché quegli stessi Stati che non vogliono le quote obbligatorie poi si rifiutano di accogliere su base volontaria”. La parlamentare tedesca Ska Keller (Verdi/EFA) giudica “ridicola” la cifra di 160 mila perché troppo esigua rispetto al numero degli arrivi.  “Il sistema non funziona – afferma Keller- ad esempio un richiedente asilo deve aspettare 2 mesi per la ridistribuzione senza sapere se e dove sarà mandato e senza possibilità di mantenersi”.

Secondo le leggi internazionali, non si possono rimpatriare le persone in Paesi non sicuri. Ma non esiste una lista comune di Paesi sicuri a livello europeo. Secondo la direttiva un paese sicuro “è un paese che ha un sistema democratico stabile, in cui non ci sono conflitti armati né torture o trattamenti inumani e degradanti”, spiega la socialista francese Sylvie Guillaume (S&D) vice presidente del Parlamento Europeo. “Ci serve definire questi paesi in cui si possono rimpatriare le persone come lotta all’abuso della procedura d’asilo e devono essere ben definiti – continua l’eurodeputata – precisando che non si può impedire di chiedere asilo anche a chi viene da un paese sicuro, perché si deve esaminare il caso individuale. Non siamo riusciti a fare un elenco europeo, esistono liste nazionali. Ci sono 12 paesi che hanno liste nazionali il cui approccio è diverso. Ad esempio, per certi Paesi dell’Ue il Ghana è sicuro, per altri è sicuro solo per gli uomini. Abbiamo un elenco di paesi sicuri che include Bosnia, Kosovo, Serbia e Turchia”.

Nel 2013 su 428 mila espulsi in Europa sono stati effettivamente rimpatriati 167 mila migranti e questo accade per la mancanza di accordi bilaterali con gli Stati di provenienza. In Italia in questo momento ci sono quattro accordi bilaterali: Tunisia, Egitto, Nigeria e Marocco.

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