Palermo, vive da un anno in una scuola: l’appello di una famiglia con figlio disabile grave

Foto Redattore Sociale

PALERMO – Aspettano di essere aiutati a trovare una condizione di vita più dignitosa rispetto alle due stanze di una scuola abbandonata dove vivono ormai da un anno. E’ il caso della famiglia Diliberto di Palermo, che combatte tra la disoccupazione e le difficoltà legate alla presenza di un bambino di 12 anni con una grave disabilità. Elisabetta Ventimiglia anche se molto scoraggiata, continua sperare che qualcosa cosa si muova, soprattutto il desiderio forte resta quello di avere una casa confiscata dove abitare oppure un percorso di sostegno ad un eventuale affitto per circa un anno, il tempo di riuscire a trovare qualche piccolo lavoro per vivere.

“Continuiamo ad aspettare che qualcuno ci aiuti – dice rammaricata -. Tante parole ci sono state finora e pochi fatti. Per ben due volte ci siamo incontrate con l’assessore Agnese Ciulla che ha mostrato la buona intenzione di aiutarci ma successivamente non è avvenuto niente. Ci chiediamo perché non veniamo ascoltati e soprattutto perché altre famiglie con situazioni di vita meno gravi sono riuscite ad ottenere degli immobili confiscati. Qualcuno ci risponda per favore. Abbiamo paura, proprio per la situazione precaria in cui siamo, che un giorno arrivi qualcuno con un’ordinanza di sgombero facendoci finire direttamente in strada. Viviamo con questa paura, perdendoci anche la salute, in attesa che qualcuno ci dia risposte concrete”.

Anche la Caritas di Palermo, tramite il vescovo Corrado Lorefice che prima di Natale aveva ricevuto la lettera del piccolo Luigi, aveva manifestato l’intenzione di sostenere la famiglia. Ad oggi però ancora niente di fatto. Elisabetta Ventimiglia continua, nonostante tutto, a sperare e, proprio per questo ha scritto, insieme al piccolo Luigi affetto dalla sindrome di Franceschetti, un’altra lettera rivolta questa volta al sindaco.

“Caro sindaco è dal mese di luglio che aspettiamo una risposta alla nostra situazione. Più volte abbiamo chiesto un incontro con lei – scrive Elisabetta – per la situazione grave di salute che vive mio figlio ma anche mio marito che non ha lavoro. Lei però ancora non ci ha ricevuto. Chiediamo un poco di umanità.”. “Io non ti conosco – scrive Luigi nell’ultima parte della lettera – ma voglio vederti. Non voglio dormire per strada e voglio stare con mamma e papà. Aiutaci”. (Agenzia Redattore Sociale)

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