Kabul, giornalista minacciato dai talebani: “Vado avanti finché vivo”

Sayed Abbas Kazimi, Tolonews

A destra il giornalista Sayed Abbas Kazimi al XXII semonario per giornalisti di Redattore Sociale “Frontiere” (photo credit: Redattore Sociale)

CAPODARCO – Diventare un obiettivo militare solo per aver diffuso una notizia. Vivere sotto la costante tensione psicologica di minacce, possibili attentati e ritorsioni. Rischiare la vita ogni giorno per aver fatto il proprio mestiere. Significa questo fare il giornalista a Kabul. A raccontarlo è Sayed Abbas Kazimi, vicedirettore di Tolonews, edizione online del più seguito canale all news in Afghansitan, intervistato da Valerio Cataldi, nel corso del XXII seminario per giornalisti di Redattore sociale Frontiere, in corso a Capodarco di Fermo.

Il canale è sotto costante minaccia da parte dei talebani. “Dopo che Kunduz è stata occupata, i talebani hanno commesso diversi reati nella città -spiega Kazimi – e noi come giornalisti abbiamo cercato di dare ampio spazio ai crimini che stavano commettendo. Abbiamo raccontato che in un ostello alcune studentesse erano state violentate, il luogo era stato devastato e le ragazze hanno confermato gli abusi. Solo noi abbiamo osato dirlo, solo noi abbiamo fatto arrivare la notizia ai civili. Due giorni dopo la messa in onda del reportage i talebani hanno emesso un comunicato ufficiale in cui dicevano che ogni dipendente di Tolonews sarebbe diventato un obiettivo militare. Dove ci trovavano ci avebbero colpito”. I talebani di fatto, accusano Kazimi e i suoi colleghi di fare propaganda per l’Occidente, li condannano a morte per aver dato un’ immagine negativa della jihad e diffondono tutte le loro foto indicandoli come “obiettivi da colpire”.

Le minacce hanno avuto pesanti ripercussioni sulla testata. “Le conseguenze non sono state solo sulla mia vita personale ma su tutti – aggiunge – . La minaccia ha portato forti limitazioni al nostro canale tv. I nostri dipendenti non si possono più muovere in tutto il territorio afgano, e molti dopo che hanno visto il comunicato dei talebani hanno abbandonato il mestiere”. La tensione psicologica è, dunque, fortissima: “una volta arrivato in Italia mi sono sentito al sicuro, è difficile vivere sotto la pressione che da un momento all’altro può essere ucciso – conclude Kazimi -. Ma io finché sono vivo e respiro porto avanti il mio mestiere nel miglior modo possibile, questa minaccia non mi può terrorizzare, mettermi paura e impedirmi di fare il mio mestiere. Vado avanti finché sono vivo”.

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