Donne e lavoro, quasi una madre su 4 licenziata

ROMA – La crisi economica ha avuto un impatto sui comportamenti riproduttivi e sulle intenzioni di fecondità delle famiglie. L’ultima indagine campionaria sulle nascite condotta dall’Istat in collaborazione con l’Isfol ha evidenziato, infatti, come la contrazione del comportamento riproduttivo (1,37 figli per donna nel 2014) abbia avuto solo parzialmente carattere volontario, dal momento che la numerosità familiare “attesa”, ovvero il numero medio di figli che le donne vorrebbero avere nella loro vita, risulta superiore a 2 figli per donna.

La crisi ha impattato, in particolare, sulla vita professionale delle neo-madri. Alcune di queste, che risultavano occupate al momento della gravidanza, non lo sono più dopo la nascita del figlio (22,3% delle occupate in gravidanza) e il dato è in aumento rispetto al 2005 (18,4%). Più della metà delle madri che hanno smesso di lavorare ha dichiarato di essersi licenziata o di avere interrotto l’attività che svolgeva come autonoma (52,5%): quasi una madre su quattro ha subito il licenziamento. Mentre per una su cinque si è concluso un contratto di lavoro o una consulenza.

Tra i motivi che hanno spinto le madri a lasciare il lavoro si osserva che, rispetto al 2005, diminuiscono – pur restando decisamente prevalenti – le motivazioni riconducibili a difficoltà di conciliazione dei ruoli (dal 78,4% al 67,1%), mentre aumentano quelli legati all’insoddisfazione per il tipo di lavoro svolto. Sia in termini di mansioni che di retribuzione (dal 6,9 % al 13,5 %). Tra le occupate si registra, invece, un aumento delle difficoltà di conciliazione: dal 38,6% nel 2005 al 42,7% nel 2012. Tra gli aspetti del lavoro che causano più frequentemente difficoltà di conciliazione ci sono: la quantità di ore di lavoro, la presenza di lavoro a turni o di orari disagiati (pomeridiano, serale o nel fine settimana) e la rigidità dell’orario di lavoro. (DIRE)

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