Carceri, suicidi in calo tra detenuti

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ROMA – “Un carcere più umano conviene a tutti”. È quanto afferma il nuovo rapporto di Antigone sulla condizione delle carceri in Italia presentato oggi a Roma. Un’affermazione supportata in primo luogo dai dati sui suicidi in carcere che negli ultimi anni hanno fatto segnare un trend negativo, sia per i detenuti che per gli agenti della polizia penitenziaria. Nel 2015, spiega il rapporto, ci sono stati 43 suicidi (mentre sono 79 i decessi per cause naturali): una media di 8,2 suicidi ogni 10 mila detenuti presenti. Nel 2009, quando negli istituti di pena italiani c’erano 15 mila detenuti in più, la percentuale era più alta: 9,2 suicidi ogni 10 mila detenuti. La maggior parte dei suicidi è avvenuta per impiccamento (39 casi). Il più giovane detenuto suicida aveva 18 anni. Scende anche la percentuale di decessi naturali (dal 15,9 al 13,6) e nel 2015 calano anche i suicidi degli agenti della polizia penitenziaria: solo 2 contro gli 11 del 2014.  “Il maggiore spazio – spiega il rapporto -, il minore affollamento incide sulle prospettive di vita probabilmente grazie a un controllo socio-sanitario maggiore. E migliora anche la vita degli agenti di polizia penitenziaria”.

Il rapporto di Antigone fa poi un punto su quella che è “la vita dentro”, tra aspetti positivi e negativi. Secondo l’associazione, circa il 95 per cento dei detenuti in media sicurezza ha la possibilità di trascorrere 8 ore fuori dalla propria cella, non sempre, però, queste ore sono sottratte all’ozio, spiega il rapporto. Circa 3 detenuti su dieci, invece, lavorano, ma di questi solo una piccola parte ha un datore di lavoro privato. Sono 612 i detenuti impiegati in attività di tipo manifatturiero, 208 in attività agricole. “La gran parte lavora per l’amministrazione penitenziaria in attività domestiche – spiega il rapporto. Lavorare in carcere significa essere occupati per poche ore settimanali e guadagnare in media circa 200 euro al mese”. Cala il numero dei detenuti iscritti a corsi professionali: nel secondo semestre nel 2015 erano 2.376 (il 4,5 per cento). Nel 2009 erano 3.864, il 6 per cento dei presenti. “Le regioni – aggiunge il rapporto – si disimpegnano progressivamente”. Il numero degli iscritti  a corsi scolastici, invece, è più consistente: oltre 17 mila nell’anno scolastico 2014-2015, di cui 7 mila promossi a fine anno (la metà stranieri). A fine 2014, inoltre, erano 413 gli iscritti all’università. Lo stesso hanno si sono laureati 72 detenuti.

“Parzialmente garantito” il diritto all’affettività. Non in tutti gli istituti infatti è possibile prenotare le visite da parte dei famigliari (123 istituti), i colloqui di domenica sono possibili in 148 carceri, mentre sono solo 98 quelle in cui è possibile fare visite sei giorni a settimana. In 172 carceri, invece, ci sono gli spazi per i bambini figli di detenuti, In 146 carceri, invece, è concesso ai detenuti di telefonare (per 10 minuti a settimana) ai familiari con una propria tessera. Solo il 2 carceri, invece, i detenuti possono fare una chiamata via Skype, e qui la “percentuale di attuazione” della legge si ferma all’un per cento, denuncia Antigone. Mancano in molti istituti, inoltre, regole chiare  per detenuti e staff all’interno delle strutture. Secondo l’associazione solo 111 istituti hanno un regolamento, in altri 82 mancano informazioni chiare. In altri 31 istituti la Carta dei diritti non viene consegnata nelle lingue più parlate. Insufficiente, infine, la presenza di mediatori culturali, molto spesso presenti per un numero di ore settimanali risicato. (Agenzia Redattore Sociale)

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