Siria: Zaina e Mohammad, resistere e sperare ad Aleppo

ALEPPO – Cadono bombe ogni giorno. I missili russi attraversano il cielo. E poi gli scontri tra le forze di opposizione e l’esercito di regime, sporadici ma cruenti. La lotta ai terroristi dell’Isis si mescola pericolosamente al conflitto siriano. In mezzo, la gente. Donne, uomini e bambini. Aleppo è una città stremata dalla guerra. È anche da lì che molte famiglie scappano. A piedi o su imbarcazioni fatiscenti, per raggiungere luoghi sicuri, soprattutto in Europa.

Ma c’è anche chi ha deciso di restare. Come Mohammad, al quale questa guerra ha tolto tanto, troppo, ma non l’attaccamento alla sua terra, non l’amore per la sua gente. “Non lascerò Aleppo – ci dice –  è il luogo dove sono nato. Il mio posto è accanto alle persone innocenti”. A 28 anni, Mohamed sperimenta quotidianamente l’orrore di un conflitto, che in quattro anni ha causato oltre 215.000 vittime, di cui almeno 66.000 civili. “Ho perso un sacco di amici e colleghi di lavoro. Alcuni sono morti davanti a me, sotto le bombe”. Di sangue scorrere per le strade di Aleppo, lui che guida un’ambulanza e soccorre i feriti, ne ha visto tanto e nei suoi occhi restano impressi i volti di donne, bambini, anziani. Feriti, spesso gravi. Ai quali Mohammad tende la sua mano procurando loro cibo, bevande, medicine.

C’è chi dice che i russi stiano bombardando i civili. Effetti collaterali della guerra al terrorismo dicono altri. Martedì ad Atareb, nei dintorni di Aleppo, è stato distrutto il forno più grande della città che riforniva di pane 120.000 persone. Per Mohamed “Quello che sta avvenendo è un crimine contro l’umanità”. Le forze aeree russe stanno bombardando anche la provincia di Idlib. In alcune immagini diffuse sui social network e riprese dall’agenzia Reuters si vedono gli abitanti alla ricerca di sopravvissuti sotto le case distrutte. Scene di ordinaria disperazione.

Ad Aleppo vive anche Zaina Erhaim, una giovane giornalista coordinatrice locale dell’Institute for War and Peace Reporting. Anche lei ha deciso di restare nel suo Paese, la Siria, per raccontare ciò che avviene ogni giorno. “Lo devo a chi non c’è più” ha spiegato in una intervista. Zaina nelle settimane scorse è stata insignita del Premio internazionale Peter Mackler per il giornalismo etico e coraggioso. Da lei un appello al mondo intero: “non siamo numeri. Siamo esseri umani. Ricordatelo quando parlate della guerra in Syria”

In quest’inferno di morte e macerie, sarebbe facile lasciarsi sopraffare da sentimenti di odio, vendetta o lasciarsi andare alla disperazione. Non è così per Mohammad. Che trova il tempo persino per portare cibo ai gatti randagi nei quartieri ormai abbandonati della città. Non è così per Zaina. Né per le quattro donne coraggiose e ribelli protagoniste della serie di documentari che la giornalista siriana ha realizzato e che sono stati proiettati a Londra e Washington.

Zaina e Mohammad: simboli di resistenza, volti della speranza. In un mondo che avrebbe sempre più bisogno di umanità.






 

Francesca Caiazzo

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