Minniti: “Chiudere i grandi centri d’accoglienza da Isola di Capo Rizzuto a Mineo”

cara isola di capo rizzuto

Chiudere i grandi centri di accoglienza per passare a un nuovo modello di accoglienza diffusa. E’ la sfida lanciata dal ministro all’interno Marco Minniti, intervenendo alla nona edizione della Scuola per la Democrazia di Aosta, promossa dal Consiglio regionale della Valle d’Aosta e dall’associazione ItaliaDecide di Luciano Violante.

“I grandi centri di accoglienza – ha aggiunto Minniti – per quanto ci si possa sforzare di gestirli nel migliore dei modi non possono essere la via maestra per l’integrazione”.

Addio dunque ai centri di Isola di Capo Rizzuto e Mineo, al centro di recenti inchieste giudiziarie che hanno rivelato una cattiva gestione delle risorse per l’accoglienza migranti?

Il ministro, entra nello specifico in una conversazione-intervista con il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio.

“I migranti – osserva Tarquinio – continuano a sbarcare, ma la macchina dell’accoglienza non sempre funziona a regime. E inchieste giudiziarie come quella sul centro di Isola Capo Rizzuto hanno messo in luce episodi di malagestione, corruzione e malaffare sulla pelle di profughi e rifugiati“.

Minniti risponde: “L’inchiesta sul centro di Isola Capo Rizzuto per me è un’indagine modello. Ma noi siamo intervenuti prima che deflagrasse quel caso, cercando di cambiare modello di gestione, passando all’accoglienza diffusa, distribuita cioè in piccoli numeri sui territori, in un rapporto coi comuni. I piccoli numeri sono fondamentali, sia per l’integrazione sia perché riduci di portata i grandi appalti milionari che potrebbero far gola ai gruppi criminali. Il mio obiettivo è andare verso il superamento dei grandi centri d’accoglienza, superare Isola Capo Rizzuto, superare Mineo,per passare a strutture piccole e meglio gestibili. Abbiamo firmato un protocollo con l’Anac del dottor Raffaele Cantone per il superamento del Gestore unico delle procedure d’appalto, per la separazione delle varie forme di attività e per accrescere i poteri ispettivi delle prefetture, che in ogni caso periodicamente già venivano esercitati. Inoltre, da maggio abbiamo avviato un’azione di monitora o capillare, struttura per struttura, investendo 4 milioni di euro di fondi europei e mettendo in campo personale specializzato per valutare (con 2mila ispezioni in 18 mesi) correttezza e qualità dei servizi offerti. Complessivamente, sommando quelle ordinarie delle prefetture e queste ultime, finora siamo a un migliaio di ispezioni effettuate, riscontrando alcune situazioni limite (a cui abbiamo provveduto con diffide e rescissione di contratti) ma anche diverse situazioni di qualità”.

Il direttore di “Avvenire” chiede, dunque, informazioni sui tempi di chiusura dei grandi centri. “I tempi – spiega il ministro – dipendono da due fattori. Il primo è quanti comuni aderiranno all’accoglienza diffusa: 1.100 su 8 mila hanno aderito al sistema Sprar, circa tremila al sistema complessivo d’accoglienza. Se tutti aderissero, i centri di grandi dimensioni sarebbero inutili”.

Il secondo fattore “chiaramente, è legato all’entità dei flussi migratori. Se riusciamo a farli scendere considerevolmente, potremo farlo in tempi rapidi. Altrimenti, sarà più complicato. In ogni caso, agiremo con verifiche e ispezioni: non dobbiamo consentire che qualcuno pensi che, proprio nell’assistenza a persone deboli ed esposte come profughi e richiedenti asilo, si possano infiltrare ancora mafie e reti criminali. Per difendere le buone pratiche d’accoglienza, come io voglio fare, è doveroso separare il grano, che è tanta dalla zizzania del malaffare, che va estirpata. È una delle battaglie che sto conducendo. Ma la principale è quella per cancellare il termine “emergenza” dalla questione migratoria. Come si fa a gabellare come un fatto emergenziale le migrazioni, che rappresentano un elemento strutturale delle società attuali? Se continuiamo a definirla tale, daremo ai populisti un grande vantaggio, quello di rappresentarsi come i potenziali salvatori della situazione. Io preferisco lavorare, un passo dopo l’altro, per governare il fenomeno. E la parte fondamentale della partita si gioca in Africa, non soltanto in Libia. L’Africa, per me, è lo specchio dell’Europa intera: se sta male, se soffre, anche i nostri Paesi staranno male…” conclude il ministro.

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