La storia di Francesco, un tumore a 11 anni che gli ha cambiato la vita

bambino

Francesco C. è un giovane di 21 anni, molto più giovane quando gli venne diagnosticato uno tumore: all’età di 11 anni la sua vita cambiò drasticamente, affrontò un lungo e difficile percorso terapeutico da cui uscì dopo circa tre anni. La sua storia è emersa nel corso del convegno nazionale dal titolo “Da grande voglio avere un figlio. La fertilità nel passaporto del guarito, organizzato dalla Federazione Italiana Associazioni Genitori Oncoematologia Pediatrica (Fiagop), in collaborazione con l’associazione “Per un sorriso in più”, che si è svolto questa mattina presso il Grand Hotel Tiziano e dei Congressi di Lecce. Di seguito è riportato un racconto in prima persona della sua esperienza, le sue speranze e le sue aspettative, soprattutto in ambito di fertilità.

 

Nei tre anni di terapia, il problema della fertilità non era a misura della mia età: un ragazzo di 11 anni che affronta una chemioterapia e due trapianti di midollo, non pensa e non si fa idee del proprio futuro da genitore, non essendo ancora sicuro se riuscirà o meno a viverlo.

Ricordo però chiaramente quando mi fu spiegato in parole molto semplici il perché cadessero i capelli o perché avessi effetti collaterali alle terapie e, con il passare del tempo, ho preso coscienza che possibili problemi di fertilità potessero essere correlati ai trattamenti terapeutici.

Mi ritengo una persona fortunata ad aver vissuto l’esperienza del tumore con consapevolezza: 11 anni sono pochi ma allo stesso tempo sono abbastanza per riuscire a esser completamente attivo nel processo di guarigione. Ho sempre capito tutto e mi son fatto domande ricevendo risposte, anche se le domande riguardavano aspettative e speranze per un futuro abbastanza prossimo e quindi non riguardante l’esser genitore.

Il mio pensiero principale va ai ragazzi e le ragazze che sono guariti dal tumore in un’età molto più giovane della mia. Loro potrebbero non aver molta idea di quanto il loro corpicino ha passato in quegli anni. La nostra paura riguarda, soprattutto, le conseguenze che possiamo avere nel futuro non perché non abbiamo la forza di affrontarle, ma perché vorremmo saperlo per tempo e non all’ultimo momento.

Non sono ancora diventato padre, sento che è presto e secondo la strada che ho intrapreso per la mia vita credo che dovrò aspettare ancora un po’. Quello che è certo è che mi piacerebbe diventare padre e, magari, avere più di un figlio. L’amore e la forza che ho trovato nei miei genitori

e in mio fratello sono stati l’ingrediente fondamentale della ricetta per combattere il tumore e per affrontare tutta la mia vita.

Essere dei “survivors” (sopravvissuti, termine anglosassone indicante i guariti da un tumore) non significa che siamo diversi e che conduciamo una vita diversa rispetto agli altri; anzi è proprio questa consapevolezza che ci spinge a dare il massimo, cercando di donare quanto abbiamo ricevuto a tutti coloro che ci sono vicino.

Bisogna, però, essere a conoscenza che questa condizione chiede una cura, un’attenzione particolare da parte della società verso di noi, in tutti gli aspetti della vita (e penso immediatamente al passaporto del guarito e di come questo potrebbe aiutarci crescendo. Questo aspetto si interseca benissimo nel discorso fertilità e genitorialità nei “survivors”. Un cammino di accompagnamento, partendo dalla informazione e arrivando alla creazione di una vera consapevolezza, è una di quelle cose che non può e non deve mancare.

Mi immagino e mi aspetto che quanto appena detto debba rientrare in un piano programmatico molto più ampio, che curi e soprattutto si prenda cura della vita di noi guariti da un tumore pediatrico in tutti gli aspetti, umani e sociali della nostra vita, che è un dono che non deve esser abbandonato o dimenticato da nessuno.

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