Io sono il fiume: il primo romanzo di Mario Santamaria

IoSonoilFiume Mario Santa Maria

Io sono il fiume è il primo romanzo di Mario Santamaria, 47enne romano con una laurea in Antropologia, un lavoro nella comunicazione universitaria e una passione per la scrittura. Un libro denso ma che va via in un soffio, una pagina dopo l’altra.

Io sono il fiume: la trama

La storia è ambientata a Roma, in un futuro prossimo, in cui niente sembra essere più come un tempo. La città, profondamente cambiata, fa da cornice alle vicende dei protagonisti. Appo, un randagio che vive di espedienti, incontra Bliss e scopre di essere l’unico in grado di salvarle la vita. Inizia così il viaggio che li porterà a farsi domande sul passato e sul presente, mettendo entrambi di fronte a verità inaspettate.

Il romanzo pone diversi interrogativi che dai personaggi si riversano inevitabilmente sul lettore. La verità è qualcosa di raggiungibile o si è destinati a rimanere intrappolati nella rete delle versioni? Il tempo scorre davvero inarrestabile dal passato verso il futuro, o il fiume che ci trascina via giorno dopo giorno è solo frutto della nostra percezione? E poi la Scienza: qual è il confine fra il libero arbitrio e il potere conferito dalle tecnologie?

Il libro, edito da L’Erudita (Gruppo Perrone Editore) si può comprare in tutte le librerie e online su IBS, Libreria Universitaria e Amazon.

L’intervista all’autore

 

Prima un blog, poi una raccolta di racconti, ora il tuo primo romanzo e in mezzo anche un premio letterario. Non sei proprio un esordiente…

Una decina di anni fa ho iniziato a scalare. Scrivere è molto simile a scalare. Quando pensi di non avere più niente da imparare è il momento che cadi. Il bello di entrambe le cose, che sembrano così distanti ma in realtà non lo sono, è che sei sempre un esordiente. Per quanto mi riguarda ogni storia, come ogni via, è diversa dalle altre. E ciò che ti serve per quella storia in particolare è solo in minima parte il risultato dell’esperienza.

Come mai una storia ambientata nel futuro e in una città meravigliosa come Roma, che nel libro sembra aver perduto tutto il suo splendore?

Viviamo di fatto in società distopiche. Ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più ai margini. Corpi ammassati in metropoli giganti. Inquinamento che modifica il clima. Vite trascorse a fare cose che sopportiamo appena. Il tempo libero passato a dissipare l’alienazione da noi stessi. Magari ho pensato che sovrapponendo due distopie, una annullasse l’altra e il quadro fosse più incoraggiante.

Battute a parte Roma è la mia città e nel romanzo non esiste più. Sono rimasti solo una manciata di quartieri circondati da un recinto. Questo tipo di ambientazione mi ha fornito un vantaggio narrativo. Sono riuscito a mettere i miei personaggi ancora più alle strette. In un mondo in cui tutto è precario, difficile, ogni scelta è cruciale e le responsabilità di quella scelta, inevitabili.

Cittadini che vivono dentro a un recinto. In un’epoca di nuovi muri è qualcosa che ha a che fare con l’attualità?

La storia l’avevo già abbozzata più di due anni fa e avevo finito di scriverla ben prima delle ultime elezioni nel mondo “occidentale”. Più che l’attualità, direi che sì, la realtà inevitabilmente da qualche parte penetra. L’homo sapiens costruisce da sempre recinti. Recinti grandi come le nazioni. E recinti piccoli come i gruppi di appartenenza. Lo fa per assicurarsi la sicurezza e la sopravvivenza. E non è necessariamente una cosa negativa. Lo diventa quando il recinto si alza a danno di qualcun altro. Quando impedisce il dialogo. Magari quando per estendere il tuo recinto butti giù quello di altri, lo annetti, lo colonizzi. Insomma, il recinto è un po’ come un coltello. Non è buono o cattivo. Dipende dall’uso che ne fai. Dipende da quante porte ci sono e ogni quanto le apri. Inoltre, il recinto del romanzo ha una caratteristica in più. Non è mai chiaro fino in fondo chi sta dietro le sbarre. E’ libero chi all’interno si sente al sicuro? O chi sta dentro in realtà sta in gabbia ed è chi è fuori che vive libero da condizionamenti?

E poi concetti come tempo e verità: governabile l’uno e mutevole l’altro?

Questa analogia sei la prima a farmela notare. In effetti la nostra cultura tende a considerare entrambi come dati oggettivi, esterni alle intemperanze dell’individuo. Nel romanzo ci sono due linee narrative principali. E, ora che mi ci fai riflettere, quella ambientata nel presente prova a mettere in crisi il concetto di verità, mentre quella del passato cerca di scardinare il concetto di tempo assoluto. Nel presente, Appo e Bliss sono costretti a rivedere continuamente le loro biografie a seconda di chi le racconta. Nel passato invece, tre giovani scienziati finiscono ai ferri corti per cercare di rispondere a una domanda del loro professore proprio sul tempo: quanto dura il presente? Forse, e dico forse perché finora non ci avevo pensato, ho provato a spingere fino al limite il concetto di responsabilità individuale. Che poi è un po’ il concetto su cui si fonda l’umanesimo che ispira le nostre società, almeno dal 1400 in poi.

In definitiva, qual è il messaggio che hai voluto comunicare al lettore raccontando questa storia?

In linea di massima quando scrivo una storia mi piace pensare che il messaggio sia la storia stessa. Altrimenti scriverei saggi. Però, alla luce di questa riflessione, è probabile che il filo rosso sia proprio il concetto di responsabilità. Ho scritto un romanzo sulle conseguenze delle scelte, e sulle responsabilità implicite nel fatto stesso di scegliere. Questo ovviamente vale anche per l’opposto. Anche decidere di non scegliere implica delle responsabilità. Forse non a caso Appo è un randagio anarcoide che non vuole proprio saperne di stare di qua o di là, anche proprio fisicamente: non si considera né un Cittadino del Distretto né un Abitante dei Quadranti.

Tornerai a scrivere un romanzo? Progetti futuri?

Ne sto già scrivendo un altro. Dopo mesi di ricerche, l’idea è venuta fuori in una notte. Ma la questione vera è scriverla. E poi riscriverla, riscriverla, riscriverla. E quasi sempre, mentre riscrivi, l’idea originaria si dissolve, i personaggi prendono vita e tu inizi a inseguirli. Ed è proprio in quel momento magico in cui i ruoli si invertono che sai che la cosa può funzionare. Ma non ci sono ancora arrivato.