E se le autonomie crescessero e gli investimenti nel Mezzogiorno no?

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Margherita Perri è una giovane donna di Melissa (KR), di professione architetto. Impegnata in attività sociali e culturali, è stata tra le promotrici del laboratorio di idee, IMéli, nel suo paese, che ha coinvolto giovani e meno giovani nel mettere in campo azioni di valorizzazione dell’identità territoriale e della cultura locale. 

(di Margherita Perri) – Lo scorso 18 Ottobre la Regione Emilia-Romagna ha iniziato ufficialmente un percorso improntato su una maggiore autonomia, in accordo con il Governo centrale. Alla luce di ciò, dei referendum regionali, dei risultati delle elezioni susseguitesi in diverse Nazioni d’Europa, alla luce dei “moti catalani” e della famigerata Brexit, si può con poco sforzo ipotizzare un’Europea completamente diversa da ora a qualche decennio; diversa fino al paradosso con il termine autonomia a fondamento e una revisione del concetto di Unità che l’ha partorita. Un autonomia richiesta dalle Regione agli Stati Centrali, dalle Nazioni all’Europa ed il tutto mentre il Vecchio Continente arranca, cercando un nuovo assetto nel clima mondiale.

Immaginare ciò in un contesto come quello Crotonese, in Calabria e nel Mezzogiorno d’Italia è una bella sfida, forte stimolo per la ricerca di soluzioni. Bisognerebbe riflettere su cosa succederebbe se, per esempio, nei prossimi anni le legittime autonomie crescessero e gli investimenti a Mezzogiorno no.

Le domande sono tante: quanti paesi ancora rimarrebbero spopolati in Calabria, Sicilia, Campania? Quanta terra e possibilità andrebbero sprecate? Le Regioni più autonome come reagirebbero ad una nuova immigrazione? Quando sarà questo territorio nazionale figlio di un unico Padre? Può questa terra essere abbandonata in vista dei cambiamenti che stanno investendo l Europa ed il mondo intero? Può essere abbandonata essendo terra di mezzo tra un continente in cerca di riscatto ed uno in cerca di equilibrio?

Le regioni del Sud hanno partecipato e partecipano tuttora, allo sviluppo nazionale ed europeo soprattutto attraverso il trasferimento del proprio capitale umano e che ancora oggi non vede la possibilità di tornare a casa. Investire oggi qui non solo darebbe la possibilità di tornare a chi lo desidera ma rinsalderebbe l’unità nazionale e la fiducia nelle istituzioni.

Il Sud va ricostruito pietra su pietra, passo dopo passo e sulla base di strategie che tra un trentennio non risulteranno frettolose accozzaglie di programmi politici.

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